mercoledì 11 maggio 2016
Felicia Impastato, la storia vera (Famiglia Cristiana)
«Io allora non ne capivo niente di mafia, altrimenti non avrei fatto questo passo». C’ è questa frase nel libro La mafia in casa mia, in cui Felicia Bartolotta Impastato raccontò la sua vita. E, unita all’ altra che ripeteva ai ragazzi che dopo la morte di Peppino andavano a chiedere di lui: «Studiate, ragazzi, tenete la testa alta e la schiena dritta», dice tante cose della sua eredità.
Il passo cui allude è il matrimonio con Luigi Impastato, che Felicia aveva sposato nel 1947. Luigi veniva da una famiglia legata alla mafia di Cinisi e nel 1947 Felicia l’ aveva sposato per amore, rifiutando un partito proposto dal padre. Da quell’ unione erano nati Giuseppe (Peppino nel 1948), Giovanni (nel 1952 morto bambino) e l’ altro Giovanni (nel 1953).
Nella vita di Felicia, in poco tempo, cambia tutto. E la vita di moglie e di madre cambia Felicia, le apre gli occhi. Il cognato, marito della sorella di Luigi, è Cesare Manzella capomafia del paese. Felicia respira l’ aria che tira dentro casa e comincia a capire, prendendone progressiva distanza, le cose di cui prima “non capiva niente”. Il matrimonio è burrascoso da subito: «Appena mi sono sposata ci fu l’ inferno. Attaccava lite per tutto e non si doveva mai sapere quello che faceva, dove andava. Io gli dicevo: ‘Stai attento, perché gente dentro [casa] non ne voglio. Se mi porti qualcuno dentro, che so, un mafioso, un latitante, io me ne vado da mia madre».
Nel 1963 Manzella muore in un attentato, durante la guerra di mafia, Peppino ne è scosso: ha quindici anni e si fa domande sulle cose che ha sentito in casa dal padre e dallo zio, alla madre ripete “Veramente delinquenti sono”. Peppino cresce e si impegna in politica, si schiera contro la mafia, Felicia si preoccupa e in quel momento i contrasti con il marito crescono, anche perché, come ricorda Anna Puglisi autrice con Umberto Santino del libro intervista La mafia in casa mia, l’ amicizia di lui con Tano Badalamenti lei proprio non la digerisce. Difende Peppino dal padre, che lo caccia di casa. Quando Luigi muore, in un misterioso incidente stradale, Felicia ha imparato molte cose, capisce anche che ora Peppino è solo, ha le spalle scoperte, e rischia molto più di quando il padre era vivo.
Negli ultimi otto mesi di vita di Peppino, quelli che dividono il suo assassinio dalla morte del padre, Felicia, da madre, prova a difendere anche suo figlio da sé stesso, dai rischi che si prende: cerca di fermare il ciclostile sul quale Peppino ha scritto che “la mafia è merda”, prova a convincerlo a lasciar perdere, ai suoi comizi non va per timore di quello che può dire, di quello che gli potrebbe accadere. Lo guardavo e dicevo: figlio chissà come ti finisce”.
Se lo sente, Felicia, che ormai ha capito tutto. Se lo sente che finirà a brandelli. Accade il 9 maggio 1978. A quel punto Felicia che non ha più da perdere nemmeno un figlio, invita l’ altro, Giovanni, a lasciar parlare lei e si schiera. Diventa la prima donna in Italia a costituirsi parte civile, rompe con i parenti del marito, si mette con gli ex compagni di Peppino. Apre la casa a tutti i ragazzi che vogliono sapere: «Mi piace parlarci, perché la cosa di mio figlio si allarga, capiscono che cosa significa la mafia. E ne vengono, e con tanto piacere per quelli che vengono! Loro si immaginano: ‘Questa è siciliana e tiene la bocca chiusa’ . Invece no. Io devo difendere mio figlio, politicamente, lo devo difendere. Mio figlio non era un terrorista. Lottava per cose giuste e precise«. Un figlio che: «… glielo diceva in faccia a suo padre: ‘Mi fanno schifo, ribrezzo, non li sopporto… Fanno abusi, si approfittano di tutti, al Municipio comandano loro’ … Si fece ammazzare per non sopportare tutto questo».
Al processo accusa Badalamenti di essere il mandante dell’ omicidio di suo figlio. Il magistrato Franca Imbergamo ricorderà così quel momento: nell'aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo. «Era un momento storico perché abbiamo assistito al riconoscimento da parte di una madre coraggio e la capacità delle istituzioni di darle una risposta. Era commovente ed emozionante perché Felicia portava con se il dolore più grande per una donna, quello di avere ucciso un figlio. E poi c'era in collegamento dagli Stati Uniti, in video, Gaetano Badalamenti, che la osservava. Insomma, abbiamo scritto secondo me una pagina di storia, della storia della lotta alla mafia».
Nel 1998 presso la Commissione parlamentare antimafia si costituisce un Comitato sul caso Impastato, che il 6 dicembre del 2000 approva una relazione sulle responsabilità dei rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini. Nel 2001 la Corte d’ Assise di Palermo condanna Vito Palazzolo a 30 anni di reclusione e Gaetano Badalamenti all'ergastolo.
Nel 2011 la Procura di Palermo riapre le indagini sul depistaggio. Felicia fa in tempo ad assistere alla condanna di Badalamenti, non a sapere che dalla relazione della Commissione antimafia che le aveva ridato l’ altro pezzo di verità che cercava sono scaturite nuove indagini: muore il 6 dicembre 2004.
lunedì 9 maggio 2016
La Biografia di Peppino Impastato (Fonte:wwww.peppinoimpastato.com)
Nasce a Cinisi il 5 gennaio 1948 da Felicia Bartolotta e Luigi Impastato. La famiglia Impastato è bene inserita negli ambienti mafiosi locali: si noti che una sorella di Luigi ha sposato il capomafia Cesare Manzella, considerato uno dei boss che individuarono nei traffici di droga il nuovo terreno di accumulazione di denaro. Frequenta il Liceo Classico di Partinico ed appartiene a quegli anni il suo avvicinamento alla politica, particolarmente al PSIUP, formazione politica nata dopo l'ingresso del PSI nei governi di centro-sinistra. Assieme ad altri giovani fonda un giornale, "L'Idea socialista" che, dopo alcuni numeri, sarà sequestrato: di particolare interesse un servizio di Peppino sulla "Marcia della protesta e della pace" organizzata da Danilo Dolci nel marzo del 1967: il rapporto con Danilo, sia pure episodico, lascia un notevole segno nella formazione politica di Peppino. In una breve nota biografica Peppino scrive:
"Arrivai alla politica nel lontano novembre del '65, su basi puramente emozionali: a partire cioè da una mia esigenza di reagire ad una condizione familiare ormai divenuta insostenibile. Mio padre, capo del piccolo clan e membro di un clan più vasto, con connotati ideologici tipici di una civiltà tardo-contadina e preindustriale, aveva concentrato tutti i suoi sforzi, sin dalla mia nascita, nel tentativo di impormi le sue scelte e il suo codice comportamentale. E' riuscito soltanto a tagliarmi ogni canale di comunicazione affettiva e compromettere definitivamente ogni possibilità di espansione lineare della mia soggettività. Approdai al PSIUP con la rabbia e la disperazione di chi, al tempo stesso, vuole rompere tutto e cerca protezione. Creammo un forte nucleo giovanile, fondammo un giornale e un movimento d'opinione, finimmo in tribunale e su tutti i giornali. Lasciai il PSIUP due anni dopo, quando d'autorità fu sciolta la Federazione Giovanile. Erano i tempi della rivoluzione culturale e del "Che". Il '68 mi prese quasi alla sprovvista. Partecipai disordinatamente alle lotte studentesche e alle prime occupazioni. Poi l'adesione, ancora na volta su un piano più emozionale che politico, alle tesi di uno dei tanti gruppi marxisti-leninisti, la Lega. Le lotte di Punta Raisi e lo straordinario movimento di massa che si è riusciti a costruirvi attorno. E' stato anche un periodo, delle dispute sul partito e sulla concezione e costruzione del partito: un momento di straordinario e affascinante processo di approfondimento teorico. Alla fine di quell'anno l'adesione ad uno dei due tronconi, quello maggioritario, del PCD'I ml.- il bisogno di un minimo di struttura organizzativa alle spalle (bisogno di protezione ), è stato molto forte. Passavo, con continuità ininterrotta da fasi di cupa disperazione a momenti di autentica esaltazione e capacità creativa: la costruzione di un vastissimo movimento d'opinione a livello giovanile, il proliferare delle sedi di partito nella zona, le prime esperienze di lotta di quartiere, stavano lì a dimostrarlo. Ma io mi allontanavo sempre più dalla realtà, diventava sempre più difficile stabilire un rapporto lineare col mondo esterno, mi racchiudevo sempre più in me stesso. Mi caratterizzava sempre più una grande paura di tutto e di tutti e al tempo stesso una voglia quasi incontrollabile di aprirmi e costruire. Da un mese all'altro, da una settimana all'altra, diventava sempre più difficile riconoscermi. Per giorni e giorni non parlavo con nessuno, poi ritornavo a gioire, a riproporre: vivevo in uno stato di incontrollabile schizofrenia. E mi beccai i primi ammonimenti e la prima sospensione dal partito. Fui anche trasferito in un. altro posto a svolgere attività, ma non riuscii a resistere per più di una settimana: mi fu anche proposto di trasferirmi a Palermo, al Cantiere Navale: un pò di vicinanza con la Classe mi avrebbe giovato. Avevano ragione, ma rifiutai.
Mi trascinai in seguito, per qualche mese, in preda all'alcool, sino alla primavera del '72 ( assassinio di Feltrinelli e campagna per le elezioni politiche anticipate ). Aderii, con l'entusiasmo che mi ha sempre caratterizzato, alla proposta del gruppo del "Manifesto": sentivo il bisogno di garanzie istituzionali: mi beccai soltanto la cocente delusione della sconfitta elettorale. Furono mesi di delusione e disimpegno: mi trovavo, di fatto, fuori dalla politica. Autunno '72. Inizia la sua attività il Circolo Ottobre a Palermo, vi aderisco e do il mio contributo.Mi avvicino a "Lotta Continua" e al suo processo di revisione critica delle precedenti posizioni spontaneistiche, particolarmente in rapporto ai consigli: una problematico che mi aveva particolarmente affascinato nelle tesi del "Manifesto" Conosco Mauro Rostagno : è un episodio centrale nella mia vita degli ultimi anni. Aderisco a "Lotta Continua" nell'estate del '73, partecipo a quasi tutte le riunioni di scuola-quadri dell'organizzazione, stringo sempre più o rapporti con Rostagno: rappresenta per me un compagno che mi dà garanzie e sicurezza: comincio ad aprirmi alle sue posizioni libertarie, mi avvicino alla problematica renudista. Si riparte con l'iniziativa politica a Cinisi, si apre una sede e si dà luogo a quella meravigliosa, anche se molto parziale, esperienza di organizzazione degli edili. L'inverno è freddo, la mia disperazione è tiepida. Parto militare: è quel periodo, peraltro molto breve, il termometro del mio stato emozionale: vivo 110 giorni di continuo stato di angoscia e in preda alla più incredibile mania di persecuzione"
Nel 1975 organizza il Circolo "Musica e Cultura", un'associazione che promuove attività culturali e musicali e che diventa il principale punto di riferimento por i giovani di Cinisi. All'interno del Circolo trovano particolare spazio ìl "Collettivo Femminista" e il "Collettivo Antinucleare" Il tentativo di superare la crisi complessiva dei gruppi che si ispiravano alle idee della sinistra "rivoluzionaria" , verificatasi intorno al 1977 porta Giuseppe Impastato e il suo gruppo alla realizzazione di Radio Aut, un'emittente autofinanziata che indirizza i suoi sforzi e la sua scelta nel campo della controinformazione e soprattutto in quello della satira nei confronti della mafia e degli esponenti della politica locale. Nel 1978 partecipa con una lista che ha il simbolo di Democrazia Proletaria, alle elezioni comunali a Cinisi. Viene assassinato il 9 maggio 1978, qualche giorno prima delle elezioni e qualche giorno dopo l'esposizione di una documentata mostra fotografica sulla devastazione del territorio operata da speculatori e gruppi mafiosi: il suo corpo è dilaniato da una carica di tritolo posta sui binari della linea ferrata Palermo-Trapani. Le indagini sono, in un primo tempo orientate sull'ipotesi di un attentato terroristico consumato dallo stesso Impastato, o, in subordine, di un suicidio "eclatante".
Nel gennaio 1988 il Tribunale di Palermo invia una comunicazione giudiziaria a Badalamenti. Nel maggio del 1992 il Tribunale di Palermo decide l’archiviazione del “caso Impastato”, ribadendo la matrice mafiosa del delitto ma escludendo la possibilità di individuare i colpevoli e ipotizzando la possibile responsabilità dei mafiosi di Cinisi alleati dei “corleonesi”. Nel maggio del 1994 il Centro Impastato presenta un’istanza per la riapertura dell’inchiesta, accompagnata da una petizione popolare, chiedendo che venga interrogato sul delitto Impastato il nuovo collaboratore della giustizia Salvatore Palazzolo, affiliato alla mafia di Cinisi. Nel marzo del 1996 la madre, il fratello e il Centro Impastato presentano un esposto in cui chiedono di indagare su episodi non chiariti, riguardanti in particolare il comportamento dei carabinieri subito dopo il delitto. Nel giugno del 1996, in seguito alle dichiarazioni di Salvatore Palazzolo, che indica in Badalamenti il mandante dell’omicidio assieme al suo vice Vito Palazzolo, l’inchiesta viene formalmente riaperta. Nel novembre del 1997 viene emesso un ordine di cattura per Badalamenti, incriminato come mandante del delitto. Il 10 marzo 1999 si svolge l’udienza preliminare del processo contro Vito Palazzolo, mentre la posizione di Badalamenti viene stralciata. I familiari, il Centro Impastato, Rifondazione comunista, il Comune di Cinisi e l’Ordine dei giornalisti chiedono di costituirsi parte civile e la loro richiesta viene accolta. Il 23 novembre 1999 Gaetano Badalamenti rinuncia alla udienza preliminare e chiede il giudizio immediato. Nell’udienza del 26 gennaio 2000 la difesa di Vito Palazzolo chiede che si proceda con il rito abbreviato, mentre il processo contro Gaetano Badalamenti si svolgerà con il rito normale e in video-conferenza. Il 4 maggio, nel procedimento contro Palazzolo, e il 21 settembre, nel processo contro Badalamenti, vengono respinte le richieste di costituzione di parte civile del Centro Impastato, di Rifondazione comunista e dell’Ordine dei giornalisti.
Nel 1998 presso la Commissione parlamentare antimafia si è costituito un Comitato sul caso Impastato e il 6 Dicembre 2000 è stata approvata una relazione sulle responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini.
Il 5 marzo 2001 la Corte d'assise ha riconosciuto Vito Palazzolo colpevole e lo ha condannato a 30 anni di reclusione. L'11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti è stato condannato all'ergastolo. Badalamenti e Palazzolo sono successivamente deceduti.
Il 7 dicembre 2004 è morta Felicia Bartolotta, madre di Peppino.
domenica 1 maggio 2016
giovedì 21 aprile 2016
Una nuova bella occasione che Pistoia ci ha offerto.
"Contemporary Arts Week End"
#Bellacittà
http://www.discoverpistoia.it/it/the-blog/succede-a-pistoia/3612-una-scommessa-vinta-l-arte-contemporanea-nelle-corti-dei-palazzi-pistoiesi.html
"Contemporary Arts Week End"
#Bellacittà
http://www.discoverpistoia.it/it/the-blog/succede-a-pistoia/3612-una-scommessa-vinta-l-arte-contemporanea-nelle-corti-dei-palazzi-pistoiesi.html
giovedì 14 aprile 2016
Libera Internazionale invita ad andare a votare e a votare sì.
Mi pare che siamo in buona compagnia.
Il 17 Aprile io #miregaloilmare
http://www.libera.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/12430
martedì 12 aprile 2016
Il 17 aprile vado a votare.
I miei #5Sì
E’ legittimo non
andare a votare il 17 aprile?
Certo, giuridicamente
è consentito farlo. Ma io andrò.
Perchè votare è un diritto, ed io l’ho sempre esercitato.
E voterò sì. Dopo aver
letto e studiato.
Vi dico perché.
Punto primo: Il
mare è di tutti. L’idea di lasciare, a
tempo indeterminato, porzioni di mare alle compagnie petrolifere, che lo occuperanno sine die con le loro strutture per l’estrazione
di gas e petrolio non mi piace per niente. Anche in considerazione dei rischi
che questo comporta, i cui effetti abbiamo visto anche recentemente.
Punto secondo: I privilegi non mi piacciono: sanno di
antico. E sappiamo che le compagnie petrolifere che in questo momento
estraggono gas e petrolio sono assolutamente privilegiate, perché in Italia pagano royalties molto basse e spesso non le pagano per niente, perché in
molti casi estraggono una quantità di fossili inferiori a quelli per i quali è
prevista la franchigia.
Punto terzo: Bisogna
passare dalle parole ai fatti e metterci la faccia. Parliamo spesso di green economy, ma la green economy non
viene da sola. Bisogna cambiare prospettiva, ed impegnarci concretamente e
simbolicamente per questo cambio di passo: investire sulle rinnovabili invece
che sui fossili rientra esattamente in questa scelta.
Punto quarto: Il
gioco non vale la candela. Le energie fossili coprono una parte
infinitesimale del nostro fabbisogno: il gas soltanto il 3%, e il petrolio
addirittura l’1%. Non conviene, semmai, provare tutti a consumare meno e consumare meglio?
Punto quinto: Bisogna
investire in una occupazione “buona”. Uno dei temi su cui puntano coloro
che si oppongono al referendum è quello dell’occupazione. Affrontiamolo.
Precisiamo intanto che se vince il Sì, non si smantellano domani gli impianti,
ma abbiamo molti anni di tempo per intervenire in modo da non perdere posti di
lavoro. Diciamo poi che nel 2014, l’UKERC (Istituto anglosassone che si occupa
di ricerca energetica), ha messo insieme i dati derivanti da oltre 50 studi
condotti in vari Paesi del mondo, dimostrando che investimenti nelle energie
rinnovabili producono maggiore occupazione, ed anche di migliore qualità,
tenendo conto dei rischi cui quotidianamente sono esposti molti dei lavoratori
impiegati presso gli impianti di estrazione.
Il 17 aprile è anche il mio compleanno: per il mio compleanno #miregaloilmare
martedì 5 aprile 2016
Chi è Gianni Ruffi, autore dell'opera "La Luna nel pozzo"...
#persapernedipiu
http://www.museoilrenatico.it/ruffi.htm
#persapernedipiu
http://www.museoilrenatico.it/ruffi.htm
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