Nella vita di ciascuno di noi ci sono esperienze che cambiano il modo di percepire ciò che ci sta intorno.
Il mio incontro con la Cultura pistoiese è stato così.
Intrecciare la mia vita con quella degli istituti culturali del mio territorio è stata un' esperienza unica, totalizzante.
Perché la cultura pistoiese è davvero una rete bellissima, composta di fili sottili eppure forti, come la seta.
Costruire legami con il mondo della cultura pistoiese è difficile e bellissimo al tempo stesso, e una volta costruiti sono legami che hanno le caratteristiche della nostra città: tenaci e immutabili.
Parto da qui per dire due cose sulle scelte che l' Amministrazione uscente ha compiuto, e che il programma del Centrosinistra conferma e rafforza.
Partiamo da una posizione "privilegiata":il riconoscimento di Pistoia Capitale Italiana della Cultura.
Per quella capacità tutta pistoiese che, come in una delle città ideali di Italo Calvino, riesce a rovesciare ogni cosa, si corre il rischio che lo storytelling in salsa cercerata (leggasi del piatto tipico mostrano, non di Santa Caterina in Brana) riduca questo bel punto di partenza in un match in cui qualcuno ci dice che "si vabbè la cultura, ma intanto le buche nelle strade..".
Allora, forse è il caso di ricordare che con la cultura non solo si mangia, ma addirittura la cultura è la "madia" (da leggere con l' accento sulla "a", per distinguere il mobile delle nonne dal ministro della pubblica amministrazione) in cui le nostre nonne conservavano non solo il lievito (ormai celeberrima la frase del nostro Sindaco sulla cultura come lievito della società) ma addirittura la pasta madre, che è anche più nobile del lievito.
Più densa di storia, e in grado di conservare, più a lungo del moderno lievito, il prodotto finito.
Gli istituti culturali pistoiesi, con cui ho stretto relazioni bellissime, che ho scoperto essere rimaste tali, anche al di là dei luoghi -è il caso del Moica e del Museo del Ricamo, nei cui luoghi ho avuto il privilegio di partecipare ad una visita del Sindaco- sono stati negli anni punto di riferimento essenziale per chi si è trovato ad amministrare.
E non sono molti i territori che possono dire di trovare nel sistema cultura un tale punto di riferimento, dato che spesso la cultura è la cenerentola della politica.
Non a Pistoia, dove si investe più del doppio della media nazionale, e dove si è continuato a farlo nonostante i tagli del governo centrale.
Non era scontato.
Veniamo da qui.
Io vengo da qui, la cultura sarà sempre parte di me, e Pistoia ce l' ha nel proprio DNA.
Ma ci sono ancora alcune scommesse da giocare e vincere.
La prima e più difficile:dobbiamo ancora creare IL sistema cultura, superando la frammentazione da cui siamo ancora affetti.
Su questo punto, devo dire che il riconoscimento di Pistoia Capitale ha già prodotto alcuni risultati, ma non basta.
La proposta del Centrosinistra è quella di proseguire nel cammino già iniziato, ed individuare nell' ATP il livello ottimale per la gestione di alcuni settori (spettacolo, musica, etc...).
A questa ne aggiungo una mia personale:individuare uno strumento, anche informatico, che consenta di coordinare la programmazione degli eventi e l' attività degli istituti culturali.
Dialogare significa anche tenere insieme aspetti diversi.
In questo senso, riprendendo il concetto immaginato da Claudio Rosati del "museo diffuso", la rigenerazione del Ceppo offre importanti occasioni, e diventa in un certo senso una porta di accesso immaginaria alla Città della Cultura, con spazi dedicati a Giovanni Michelucci, con il Museo dei ferri chirurgici, e così vicina al Polo dell' Arte Contemporanea, che vede il proprio luogo simbolo in Palazzo Fabroni.
Perché a Pistoia passato, presente e futuro dialogano:ecco perché La luna nel pozzo sta bene esattamente dove si trova ora:davanti al Fregio Robbiano (o cosiddetto Robbiano).
Interessante, parlando di sistema, è la proposta di rafforzare ancora il sistema delle biblioteche, cresciuto negli anni grazie alla sapiente guida della Biblioteca San Giorgio (ricordo che nei Piani Cultura avevamo sempre importanti riconoscimenti grazie al sistema delle biblioteche) stringendo legami con le biblioteche di quartiere.
Altro grande tema è quello del coinvolgimento dei cittadini nel sistema culturale:troppi sono i pistoiesi che ancora non si sentono parte di questa meravigliosa comunità culturale.
Le proposte del Centrosinistra, oltre a continuare ad investire sulle esperienze già fatte (da "I dialoghi sull' uomo" a "Leggere la città", a "Pistoia è la mia casa") sono in questo senso assolutamente in linea con il tema:si propone dunque di proseguire con i bandi rivolti alle associazioni del territorio, con un occhio di riguardo ai giovani artisti, e di far ricorso ai patti di collaborazione -il cui regolamento è stato approvato nel novembre del 2016 dal consiglio comunale- per far diventare patrimonio comune i luoghi della cultura.
Dalla San Giorgio, alla Biblioteca Febroniana, al Pantheon
Infine, cultura è anche consapevolezza delle proprie radici.
La nostra montagna è parte integrante di queste radici.
E la scelta di entrare nell' Ecomuseo ha esattamente questo significato.
Ecco, se dovessi scegliere un risultato che sento mio è stato quello di aver salvato l' Ecomuseo dallo tsunami che ha travolto la Provincia, grazie alla nascita Fondazione, affidata alle amorevoli cure di Manuela Geri.
Penso che sarebbe bello anche pensare di ritrovare in qualche modo l' esperienza del Centro di Documentazione, che tanto aveva lavorato sul Novecento Pistoiese, e rilanciare alcune esperienze come quella della Brigata del Leoncino.
Perché la Scuola Pistoiese, da Giuseppe Gavazzi in poi, è una delle esperienze più belle che ho incontrato.
Chiudo con una nota autobiografica.
Quando mi hanno gentilmente comunicato che la mia esperienza da amministratrice era conclusa, due sono stati i dolori più grandi:perdere Albachiara (che infatti è stata lasciata morire) e perdere gli amici che avevo incontrato sul mio cammino.
Il secondo era un timore infondato:quegli amici sono ancora lì, e mi hanno aiutato tanto.
Perché il cuore, la passione e il lavoro contano più di ogni altra cosa, e come ho già detto non li cancelli per decreto.
mercoledì 7 giugno 2017
venerdì 2 giugno 2017
Appunti sparsi sullo sport
In questi ultimi giorni di campagna elettorale, non ho voluto tirarmi indietro rispetto ad un tema nn semplice, eppure troppo importante per non essere affrontato:lo sport.
Ho parlato e sto parlando con le persone che sono sul campo (o in piscina) ogni giorno, perché volevo vedere con i miei occhi, ed ascoltare direttamente, al di là di quello che si legge sui giornali.
Ho incontrato persone che si occupano di nuoto ed altre di pallavolo.
Intanto premetto che ho trovato persone gradevoli, interessate davvero ai problemi, e determinate, senza tuttavia quell' atteggiamento ostile verso l' Amministrazione, che a volte taluni mezzi di comunicazione hanno inteso far trapelare.
I problemi ci sono, ovviamente.
Ma mi sembra di capire che si possano trovare anche le soluzioni.
Altra premessa:ho scelto di interloquire con gli sport cosiddetti (impropriamente) "minori".
Quelli meno patinati, che non vanno sui quotidiani tutti i giorni, che non hanno filiere di riguardo, ma che non sono meno importanti.
Alcuni di questi, per esempio il nuoto, hanno fatto grande il nome di Pistoia a livello nazionale e internazionale.
Altri, penso alla pallavolo, consentono anche a chi è troppo piccolo per stare in squadra, di maneggiare un bel pallone, stare insieme ai propri coetanei, e imparare a rispettare le regole.
Perché lo sport è anche e soprattutto questo:rispetto delle regole e socialità.
Fatta questa ulteriore premessa, il merito.
Il programma del Centrosinistra, che Samuele Bertinelli ha presentato alla città, contiene alcune affermazioni importanti.
La prima, sul tema degli impianti.
L' obiettivo è quello di dotare ogni sport di impianti nei quali sia possibile far crescere i nostri giovani.
La seconda, più di approccio, riguarda la proposta di stringere un patto per lo sport, tornando a valorizzarne il ruolo di fattore aggregante e socializzante.
Con Massimiliano Lombardi ci siamo a lungo intrattenuti sul primo tema, perché il nuoto ha davvero bisogno di un impianto, che non può più essere la piscina Fedi, di proprietà della Provincia, e ad oggi inagibile.
La sistemazione dei nostri atleti del nuoto alla piscina del Boario (che emozione, tornare lì dove facevo educazione fisica!) non può, secondo quanto mi è stato detto, essere una soluzione a lungo termine, in quanto le tubature e gli impianti interni sono di svariati decenni fa.
Sarà quindi necessario -nel mentre che atleti e dilettanti continuano ad allenarsi, o seguono i corsi al Boario- pensare per il futuro a soluzioni diverse.
Ovviamente, la soluzione del Boario, rispetto alla quale si sono predisposte misure di tamponamento di alcune infrastrutture, è stata comunque in grado di "salvare" il nuoto dall' inattività, in conseguenza dell' inutilizzabilità della Fedi.
Altrettanto, rispetto alla palestra del Boario, che il Volley del Bottegone ha condiviso per un po' di tempo anche con altre realtà scolastiche, o con squadre di adulti. Condividendo gli spogliatoi anche con la piscina -soluzione non ottimale sul piano igienico.
Nei prossimi anni sarà necessario nuovo slancio, e dare centralità al tema degli impianti è un primo segnale.
Il segnale di una nuova consapevolezza del problema.
Che è sempre il primo passo per affrontare i problemi.
E rispetto a questo problema, il progetto del Bottegone, fornirà risposte importanti, con riguardo agli spazi sportivi.
Un tema su tutti, quando si parla di impianti, è quello delle risorse.
Non ci siamo nascosti, in questi nostri incontri, che non sarà facile.
Tuttavia, una prima considerazione credo possa essere questa:aver fatto un' attenta opera di riduzione del disequilibrio di bilancio (con un attivo sulla parte corrente, e una fortissima riduzione del debito assestato) era la precondizione necessaria per poter anche solo pensare di intervenire su nuovi impianti.
Ora la precondizione tecnico -finanziaria inizia ad esserci:la rotta è stata tracciata.
Ed infatti, sul finire del mandato, si è dato un primo segnale importante anche in termini di allocazione delle risorse, investendo su alcuni interventi qualificanti.
Serve un' altra condizione,che è quella che più si confà a chi, come noi, crede che la politica sia un' arte difficile, ma bellissima:serve un nuovo patto.
Un patto con l' associazionismo sportivo -non quello patinato, che grida, che prende posizioni politiche, che fa capolino dalle pagine dei quotidiani, o che frequenta i salotti buoni.
No, serve un patto con chi lavora, duramente, ogni giorno.
Lontano dalle cronache locali, ma molto più vicino alla quotidianità.
Serve una rappresentanza forte, che ragioni con autorevolezza, e come dice spesso Samuele, non dica solo sì, ma dica sì che sono sì, e no che sono no, evangelicamente.
E che, quando dice no, lo argomenti.
Perché davanti ha persone in grado di comprendere, e disponibili a metterci del proprio, in termini di tempo, di impegno e di risorse.
Serve, poi, creata questa rete, un lavoro di lunga lena, per reperire le risorse.
Come è stato fatto per l' area del Ceppo, come è staro fatto per la rigenerazione urbana del Bottegone.
Significa che le carte in regola, l' Amministrazione può averle.
Quindi, niente di nuovo deve essere inventato.
E quando il Sindaco, pubblicamente, dice che cambierà ciò che deve essere cambiato, possiamo dargli fiducia.
Chi conosce Samuele, sa che non sempre dice ciò che si vorrebbe sentire, ma quando dice qualcosa, ci crede davvero.
Sì, ci sono alcune cose da cambiare.
E lo sport è fra queste.
Lo sport vero, che è anche quello senza gli sponsor di rilievo, senza giornalisti a seguito, e con poca voce.
Io ho cercato questo sport, ed anche a questo il programma del Centrosinistra guarda con attenzione, e con occhi nuovi.
Ho parlato e sto parlando con le persone che sono sul campo (o in piscina) ogni giorno, perché volevo vedere con i miei occhi, ed ascoltare direttamente, al di là di quello che si legge sui giornali.
Ho incontrato persone che si occupano di nuoto ed altre di pallavolo.
Intanto premetto che ho trovato persone gradevoli, interessate davvero ai problemi, e determinate, senza tuttavia quell' atteggiamento ostile verso l' Amministrazione, che a volte taluni mezzi di comunicazione hanno inteso far trapelare.
I problemi ci sono, ovviamente.
Ma mi sembra di capire che si possano trovare anche le soluzioni.
Altra premessa:ho scelto di interloquire con gli sport cosiddetti (impropriamente) "minori".
Quelli meno patinati, che non vanno sui quotidiani tutti i giorni, che non hanno filiere di riguardo, ma che non sono meno importanti.
Alcuni di questi, per esempio il nuoto, hanno fatto grande il nome di Pistoia a livello nazionale e internazionale.
Altri, penso alla pallavolo, consentono anche a chi è troppo piccolo per stare in squadra, di maneggiare un bel pallone, stare insieme ai propri coetanei, e imparare a rispettare le regole.
Perché lo sport è anche e soprattutto questo:rispetto delle regole e socialità.
Fatta questa ulteriore premessa, il merito.
Il programma del Centrosinistra, che Samuele Bertinelli ha presentato alla città, contiene alcune affermazioni importanti.
La prima, sul tema degli impianti.
L' obiettivo è quello di dotare ogni sport di impianti nei quali sia possibile far crescere i nostri giovani.
La seconda, più di approccio, riguarda la proposta di stringere un patto per lo sport, tornando a valorizzarne il ruolo di fattore aggregante e socializzante.
Con Massimiliano Lombardi ci siamo a lungo intrattenuti sul primo tema, perché il nuoto ha davvero bisogno di un impianto, che non può più essere la piscina Fedi, di proprietà della Provincia, e ad oggi inagibile.
La sistemazione dei nostri atleti del nuoto alla piscina del Boario (che emozione, tornare lì dove facevo educazione fisica!) non può, secondo quanto mi è stato detto, essere una soluzione a lungo termine, in quanto le tubature e gli impianti interni sono di svariati decenni fa.
Sarà quindi necessario -nel mentre che atleti e dilettanti continuano ad allenarsi, o seguono i corsi al Boario- pensare per il futuro a soluzioni diverse.
Ovviamente, la soluzione del Boario, rispetto alla quale si sono predisposte misure di tamponamento di alcune infrastrutture, è stata comunque in grado di "salvare" il nuoto dall' inattività, in conseguenza dell' inutilizzabilità della Fedi.
Altrettanto, rispetto alla palestra del Boario, che il Volley del Bottegone ha condiviso per un po' di tempo anche con altre realtà scolastiche, o con squadre di adulti. Condividendo gli spogliatoi anche con la piscina -soluzione non ottimale sul piano igienico.
Nei prossimi anni sarà necessario nuovo slancio, e dare centralità al tema degli impianti è un primo segnale.
Il segnale di una nuova consapevolezza del problema.
Che è sempre il primo passo per affrontare i problemi.
E rispetto a questo problema, il progetto del Bottegone, fornirà risposte importanti, con riguardo agli spazi sportivi.
Un tema su tutti, quando si parla di impianti, è quello delle risorse.
Non ci siamo nascosti, in questi nostri incontri, che non sarà facile.
Tuttavia, una prima considerazione credo possa essere questa:aver fatto un' attenta opera di riduzione del disequilibrio di bilancio (con un attivo sulla parte corrente, e una fortissima riduzione del debito assestato) era la precondizione necessaria per poter anche solo pensare di intervenire su nuovi impianti.
Ora la precondizione tecnico -finanziaria inizia ad esserci:la rotta è stata tracciata.
Ed infatti, sul finire del mandato, si è dato un primo segnale importante anche in termini di allocazione delle risorse, investendo su alcuni interventi qualificanti.
Serve un' altra condizione,che è quella che più si confà a chi, come noi, crede che la politica sia un' arte difficile, ma bellissima:serve un nuovo patto.
Un patto con l' associazionismo sportivo -non quello patinato, che grida, che prende posizioni politiche, che fa capolino dalle pagine dei quotidiani, o che frequenta i salotti buoni.
No, serve un patto con chi lavora, duramente, ogni giorno.
Lontano dalle cronache locali, ma molto più vicino alla quotidianità.
Serve una rappresentanza forte, che ragioni con autorevolezza, e come dice spesso Samuele, non dica solo sì, ma dica sì che sono sì, e no che sono no, evangelicamente.
E che, quando dice no, lo argomenti.
Perché davanti ha persone in grado di comprendere, e disponibili a metterci del proprio, in termini di tempo, di impegno e di risorse.
Serve, poi, creata questa rete, un lavoro di lunga lena, per reperire le risorse.
Come è stato fatto per l' area del Ceppo, come è staro fatto per la rigenerazione urbana del Bottegone.
Significa che le carte in regola, l' Amministrazione può averle.
Quindi, niente di nuovo deve essere inventato.
E quando il Sindaco, pubblicamente, dice che cambierà ciò che deve essere cambiato, possiamo dargli fiducia.
Chi conosce Samuele, sa che non sempre dice ciò che si vorrebbe sentire, ma quando dice qualcosa, ci crede davvero.
Sì, ci sono alcune cose da cambiare.
E lo sport è fra queste.
Lo sport vero, che è anche quello senza gli sponsor di rilievo, senza giornalisti a seguito, e con poca voce.
Io ho cercato questo sport, ed anche a questo il programma del Centrosinistra guarda con attenzione, e con occhi nuovi.
domenica 14 maggio 2017
A proposito di... Chiara e Pistoia
Per una volta parlo di me.
Per una volta questo è un post che riguarda me stessa, le mie scelte, le mie motivazioni.
Perché mi candido.
Credo che l' abbiate sentito dire -o lo sentirete dire- circa seicento volte, tante quante sono i candidati.
Ecco, questa è la seicentounesima volta, e siete quindi legittimati a sospendere la lettura e dedicarmi ad altro.
Ma mi è venuta voglia di raccontarvelo.
Perché in questo passaggio ci sto mettendo il cuore, che vale ben più della faccia, dato che di facce in giro ce ne sono molte -qualcuno ne ha anche tre o quattro- ma di cuori ce ne sono sempre di meno.
Metterci il cuore significa occuparsi della cosa pubblica anche quando non si è direttamente coinvolti, sottrarre tempo e denaro alla propria vita quotidiana -fino a trascurare anche gli affetti più cari- perché senti che c'è un bene comune, un interesse da tutelare, qualcosa per cui combattere, che merita questo impegno.
Metterci il cuore significa anche sentire che la Città nella quale sei nata e cresciuta, e la comunità che vi risiede vive un momento bello di crescita e cambiamento, e merita che questo processo prosegua, confermando le scelte già compiute, e correggendo il tiro laddove questo sia necessario.
Perché Pistoia può e deve essere grande.
E allora non era il momento di "rifluire nel privato", non era il momento del disimpegno, o del disinteresse, come invece sul piano privato sarebbe stato per me più semplice e forse consigliabile.
L' idea di Città che ho in mente è una città inclusiva, che guarda agli ultimi, è moderna e non dimentica le proprie radici, quelle antifasciste e democratiche che sono anche nella mia storia e la mia stessa storia.
La Città che vorrei fra cinque anni è una città rigenerata, a partire dal Ceppo fino alle Periferie, quelle urbane e quelle collinari e montane.
Una città in cui le distanze materiali e quelle immateriali sono ridotte.
Una città in cui le piazze siano libere dalle auto, e la mobilità sia sostenibile, con collegamenti ciclopedonali e un piano della mobilità dolce che, grazie anche alle dimensioni ridotte della città, consenta di essere il baricentro della mobilità nel suo complesso.
Vorrei poi una città in cui si continui ad investire in cultura come si è fatto finora, mettendo a capitale l' importante riconoscimento conseguito.
E investendo in cultura si possa costruire un sistema di relazioni in cui il cittadino sia al centro, e sia messo in condizione di fruire in maniera ampia dell' offerta culturale ampia che è nel DNA di Pistoia.
Connettere fra loro i vari sistemi, farli dialogare, intrecciare nodi e creare sinergie:la Casa Comune che diventa costruttrice di relazioni.
Un sistema di relazioni che sia rafforzato e rilanciato anche col mondo dello sport e dell' associazionismo sportivo.
Io voglio bene a Pistoia.
Le voglio bene davvero, perché è casa mia, da qui vengono i miei genitori, i miei nonni, i nonni dei miei nonni, fino a tempo immemore.
Ho iniziato ad impegnarmi venti anni fa nella collettività.
Venti anni esatti.
Era il momento giusto per chiudere questo cerchio.
Era il momento di fare #unasceltaChiara.
Ho scelto Pistoia, di nuovo.
Per una volta questo è un post che riguarda me stessa, le mie scelte, le mie motivazioni.
Perché mi candido.
Credo che l' abbiate sentito dire -o lo sentirete dire- circa seicento volte, tante quante sono i candidati.
Ecco, questa è la seicentounesima volta, e siete quindi legittimati a sospendere la lettura e dedicarmi ad altro.
Ma mi è venuta voglia di raccontarvelo.
Perché in questo passaggio ci sto mettendo il cuore, che vale ben più della faccia, dato che di facce in giro ce ne sono molte -qualcuno ne ha anche tre o quattro- ma di cuori ce ne sono sempre di meno.
Metterci il cuore significa occuparsi della cosa pubblica anche quando non si è direttamente coinvolti, sottrarre tempo e denaro alla propria vita quotidiana -fino a trascurare anche gli affetti più cari- perché senti che c'è un bene comune, un interesse da tutelare, qualcosa per cui combattere, che merita questo impegno.
Metterci il cuore significa anche sentire che la Città nella quale sei nata e cresciuta, e la comunità che vi risiede vive un momento bello di crescita e cambiamento, e merita che questo processo prosegua, confermando le scelte già compiute, e correggendo il tiro laddove questo sia necessario.
Perché Pistoia può e deve essere grande.
E allora non era il momento di "rifluire nel privato", non era il momento del disimpegno, o del disinteresse, come invece sul piano privato sarebbe stato per me più semplice e forse consigliabile.
L' idea di Città che ho in mente è una città inclusiva, che guarda agli ultimi, è moderna e non dimentica le proprie radici, quelle antifasciste e democratiche che sono anche nella mia storia e la mia stessa storia.
La Città che vorrei fra cinque anni è una città rigenerata, a partire dal Ceppo fino alle Periferie, quelle urbane e quelle collinari e montane.
Una città in cui le distanze materiali e quelle immateriali sono ridotte.
Una città in cui le piazze siano libere dalle auto, e la mobilità sia sostenibile, con collegamenti ciclopedonali e un piano della mobilità dolce che, grazie anche alle dimensioni ridotte della città, consenta di essere il baricentro della mobilità nel suo complesso.
Vorrei poi una città in cui si continui ad investire in cultura come si è fatto finora, mettendo a capitale l' importante riconoscimento conseguito.
E investendo in cultura si possa costruire un sistema di relazioni in cui il cittadino sia al centro, e sia messo in condizione di fruire in maniera ampia dell' offerta culturale ampia che è nel DNA di Pistoia.
Connettere fra loro i vari sistemi, farli dialogare, intrecciare nodi e creare sinergie:la Casa Comune che diventa costruttrice di relazioni.
Un sistema di relazioni che sia rafforzato e rilanciato anche col mondo dello sport e dell' associazionismo sportivo.
Io voglio bene a Pistoia.
Le voglio bene davvero, perché è casa mia, da qui vengono i miei genitori, i miei nonni, i nonni dei miei nonni, fino a tempo immemore.
Ho iniziato ad impegnarmi venti anni fa nella collettività.
Venti anni esatti.
Era il momento giusto per chiudere questo cerchio.
Era il momento di fare #unasceltaChiara.
Ho scelto Pistoia, di nuovo.
sabato 8 aprile 2017
Di Bartoli, del Pd, dei sorrisi e delle risate
Questa settimana ho lavorato talmente tanto da non riuscire nemmeno ad articolare un pensiero sufficientemente compiuto da essere trasferito in parola scritta rispetto alle vicende della politica pistoiese.
Lo faccio stamani, con la calma del sabato mattina, mentre mi preparo per immergermi in Leggere la Città -una delle tante cose malefiche messe in campo da questa Amministrazione.
Scrive il Segretario dell' Unione Comunale Alessandro Giovannelli che il Partito non è un autobus.
Ha ragione, Alessandro -che come sempre ha la mia stima incondizionata come persona oltre che come Segretario del mio Partito.
Giova ricordarlo, perché Roberto -assieme ad altri- era uscito alcuni anni fa, dal Partito Democratico, anche in maniera piuttosto plateale. Poi, rientrato, ha ricoperto incarichi importanti, come forse era giusto, data la sua competenza, specialmente in alcuni settori.
Poi, questa nuova uscita, che mi auguro -voglio pensarlo- sarà quella definitiva. Perché c'è una cosa, chiamata etica della politica, che dovrebbe imporre a chi fa politica a tutti i livelli di misurare sempre le proprie azioni, e di comportarsi non secondo un disegno personale, ma secondo coerenza.
Alcuni si sono dispiaciuti, di questa uscita.
Vi stupirò:a me non dispiace affatto. Perché la chiarezza in politica aiuta sempre, e il nostro Partito, come ogni comunità umana soffre di un certo (elevato) tasso di ipocrisia. Bene, abbiamo strappato il velo di Maya.
Ci sono poi quelli che tentano di spiegare -pur non condividendola, e a tratti condannandola- questa scelta (legittima forse nell' esito, ma meno legittima nel processo, visto che si è sviluppata frequentando nel silenzio le stanze del Partito contro il cui Sindaco oggi Roberto si candida) come una sorta di reazione alle insufficienze dell' amministrazione Bertinelli.
Ecco, questo argomento mi fa venire l' orticaria.
Perché se l' Amministrazione espressione del tuo Partito compie degli errori (sì, ci sono stati degli errori, perché anche Samuele è fallibile come tutti noi), questo non legittima ad uscire dal Partito.
Legittima, semmai, una battaglia interna, anche aspra (siamo abituati), fino a candidarsi alle primarie.
Eppure, niente di questo è successo.
Perché, Roberto, non ti sei candidato alle primarie, portando una tua piattaforma programmatica?
Questa, sarebbe stata la logica conseguenza di una critica serrata all' azione amministrativa.
Allora, io lo dico, sono stanca anche di tutti i "signornì" di questo Partito, ossia di quelli che hanno la faccia del "sì" davanti, e quella del "no" dietro le spalle del proprio interlocutore. E quanto più è carismatico l' interlocutore, tanto più è ossequioso il sì e rivendicativo il no.
Vorrei vedere tanta chiarezza.
Vorrei leggere tante dichiarazioni nette, anche da chi -soprattutto da chi- è stato tirato in ballo pubblicamente, nel mio Partito, in questa vicenda.
Chissà se arriveranno. Me lo auguro.
So che abbiamo bisogno di volare alto.
Ci sono sfide importanti che ci attendono.
Più che un sorriso, temo che un' enorme risata ci travolgerà, se la politica tutta si avvolge su se stessa.
Per questo, io, Alessandro e tutti i compagni della Segreteria Comunale, lavoreremo tanto nelle prossime settimane con i nostri Segretari di Circolo, per affrontare i temi su cui l' azione amministrativa poteva essere più incisiva, ma anche per rivendicare, ampliare e mettere a sistema i tanti risultati raggiunti.
Pistoia Capitale della Cultura, un bilancio in forte risanamento, alcune sfide importanti che potranno portare Pistoia al centro dell' attenzione internazionale, la proposta lanciata da Samuele sul Comune unico...
I temi non mancano, il lavoro da fare mancherà anche meno.
Io ci sarò.
Non sono una "signornì", e nemmeno una "signorsì". State tranquilli, che da me sapete cosa aspettarvi. Sempre.
Perché le cose le dico prima di farle, non dopo che sono già maturate.
domenica 26 marzo 2017
Della Provincia, e del perché deve funzionare...
Ho seguito la protesta delle Province, che ha visto i Presidenti denunciare lo stato in cui versa un Ente che, ad oggi, la nostra Costituzione continua a prevedere.
Dico qualcosa, perché io questo Ente lo conosco, ne conosco il funzionamento, e conosco le persone che tuttora ci lavorano. E non mi sembrava giusto tacere.
Bisogna -ahimé- fare una premessa, in questo Paese nel quale esprimere una posizione sembra preludere al fatto che si sta dalla parte di questo o di quello.
Io sto dalla parte dei territori.
Di tutti i territori, compreso il mio, e dei cittadini, che hanno diritto ad avere servizi sufficienti.
E credo che le istanze poste dalle Province, compresa la nostra, siano istanze giuste.
Perché il referendum del 4 dicembre ci ha consegnato -ci piaccia o meno- un quadro nel quale le Province continuano ad esistere, come Ente di rango costituzionale, cui la legge Delrio e le leggi regionali continuano ad attribuire funzioni importanti.
Funzioni che incidono sulle scuole, sulle strade, sull' assetto del territorio.
Funzioni che incidono fortemente sulla qualità della vita quotidiana dei cittadini, e che devono essere necessariamente esercitate.
È quindi opportuno svolgere una riflessione seria sull' architettura istituzionale del nostro Paese, e mettere in condizione gli Enti di svolgere appieno le proprie funzioni. Verificando come reindirizzare le risorse, stringendo un patto forte con i territori, svincolando le risorse laddove esse sono disponibili.
In questo senso, ho apprezzato molto la proposta dei dirigenti scolastici, rispetto alle risorse della scuole.
Ma è importante prima di tutto fare un' operazione di ascolto importante, stringere un patto con i nostri Amministratori, a partire da coloro che si sono assunti l' onere di guidare le Province, e di sedere nei Consigli Provinciali.
Amministratori che sono anche Sindaci, che conoscono il territorio, e sono portatori non dei loro interessi particolari, ma di quelli dei cittadini che sono chiamati a rappresentare.
Mi pare che questa dovrebbe essere l'ottica da assumere. Ascolto reciproco, e pragmatica volontà di individuare soluzioni concrete non per gli amministratori, ma per i cittadini, che ci chiedono di avere servizi adeguati alle tasse che pagano.
Il problema riguarda tutti noi. Non solo i Presidenti, non solo i consiglieri, non solo il ceto politico, il cui linguaggio i cittadini comprendono sempre meno, ma tutti coloro che si impegnano -a prescindere dal proprio ruolo- per il territorio.
Che è il bene più prezioso che abbiamo.
Ho vissuto in questi anni il travaglio dei dipendenti della Provincia, frustrati non per il proprio interesse personale, ma per non poter dare ai cittadini le risposte che chiedevano.
E ho visto competenze importanti rischiare di perdersi. Non per responsabilità di qualcuno, ma per un contesto complessivo non adeguato alla situazione in cui ci troviamo.
Un contesto che non è quello che come Partito Democratico avremmo voluto.
Ma che è quello che gli italiani ci hanno consegnato.
Per tutte queste ragioni credo che le istanze poste dai Presidenti delle Province siano legittime, e che dovremmo con spirito costruttivo interpretare e capitalizzare.
lunedì 20 marzo 2017
Don Peppe Diana, l' attualità del suo messaggio e il 21 marzo
http://www.caritasitaliana.it/caritasitaliana/allegati/1230/Materiali_donGiuseppe_Diana.pdf
Ieri ricorreva l' anniversario dell' omicidio di don Peppe Diana, e domani si celebra la giornata in ricordo delle vittime di tutte le mafie.
Mi pareva giusto scrivere di don Diana, perché non tutti conoscono la figura di questo prete di campagna, che pure ha lasciato con il suo esempio concreto una traccia indelebile in uno dei territori probabilmente più sfregiati dalla camorra: Casal di Principe.
Ho inserito un link all' inizio di questa mia riflessione, che contiene il documento che don Diana aveva dedicato al suo popolo. Leggetelo:è breve, e molto bello!
Andiamo per ordine.
Don Diana aveva avuto la classica formazione teologica, era un parroco colto, laureato in teologia e filosofia, cui alla fine degli anni '80 fu assegnata una parrocchia in una terra difficile, in cui la camorra non solo era presente, ma controllava il territorio.
Lo controllava socialmente, tanto da diventare un punto di riferimento per la popolazione locale, lo controllava economicamente, dopo essersi legata all' imprenditoria del luogo, e lo controllava politicamente, arrivando a fondersi con il potere politico locale.
Insomma, la camorra di Casal di Principe aveva portato a compimento il percorso che consente alle mafie di conquistare tutti i livelli del potere, e quindi di governare il territorio.
In questo contesto, fin dall'inizio, don Diana diventa elemento di disturbo. Perché inizia a lavorare alacremente sul territorio, soprattutto con i bambini e i ragazzi. Un lavoro pericoloso per la camorra, perché i giovanissimi, non ancora completamente avviluppati nella rete della camorra, potevano rappresentare quel detonatore, quel fattore di cambiamento che è l' unica arma contro un controllo così stringente come quello che la camorra aveva costruito sulla comunità casalese.
E don Diana educò bambini, ragazzi e poi adulti.
Pronunciò parole nuove, invitò a leggere, a studiare, a guardarsi intorno.
Invitò i casalesi ad alzare la testa, a capire che la camorra poteva non essere l' unica alternativa.
E che, mentre dava l' illusione di dare lavoro, frenava lo sviluppo, perché il primo interesse era arricchire se stessa, non i casalesi.
E don Diana dava fastidio perché queste cose le diceva in chiesa, con la forza conferita dall' altare, in una terra nella quale non sempre la Chiesa era stata all' altezza del compito evangelico.
Era quindi rapidamente diventato elemento di rottura di quegli equilibri, apparentemente immutabili, di cui tutte le mafie si nutrono.
Equilibri che garantivano i poteri locali, quelli economici e quelli politici, consentendo loro di autotutelarsi ed autoriprodursi, purché si accettasse di stare all' ombra della camorra.
Uno schema che appare a noi che lo osserviamo da fuori talmente classico da scadere nella banalità.
Ma proviamo a metterci nei panni di un giovane casalese che non trova lavoro.
O proviamo a chiederci se sui nostri territori non abbiamo davvero mai avuto la sensazione che sia accaduto o stia accadendo qualcosa di simile -magari non con omicidi o spargimento di sangue.
Attenzione, perché i meccanismi sono sempre più sottili di quanto appaiano.
Insomma, l' evangelizzazione di don Diana si fa sempre più pericolosa.
Le maglie della rete camorristica si fragilizzano, anche per ragioni interne di potere, e la soluzione resta solo una: uccidere.
Uccidere un prete era un atto rischioso, perché avrebbe scosso la comunità e indebolito il controllo sociale, ma non si trovò altra soluzione: don Diana doveva morire.
E così fu. Il 19 marzo 1994 gli spararono, mentre si preparava a dire la messa, con nel cuore probabilmente altre parole per i casalesi e contro la camorra.
Parole che quella pistola gli soffocò in gola.
Ma la testimonianza, quella laica, e quella evangelica, era stata troppo forte, e l' eco di quello sparo travalicò i confini della provincia ed ebbe, anche negli anni a venire, ampio risalto in tutto il Paese, tanto da fare di don Diana un simbolo di libertà, di coraggio, di cultura e di amore viscerale per il territorio.
Casal di Principe forse non si è ancora liberato delle catene invisibili ma fortissime della camorra, così come tante altre zone del nostro Paese -e stolto sarebbe chi pensasse che la criminalità organizzata riguarda solo il Sud.
Ma di certo ha preso coscienza di sé.
E il peggior nemico delle mafie -di tutte le mafie- è la cultura della legalità, la denuncia costante, la testimonianza infaticabile.
Per questo, domani è importante essere accanto a Libera -se potete, con la presenza- e a tutte le altre associazioni che lavorano ogni giorno per fare della cultura dell' antimafia uno dei tratti centrali dell'educazione dei nostri giovani.
Nei giorni in cui la primavera vince sull' inverno, testimoniare per la libertà, contro l' oppressione del crimine, è un bellissimo dovere civico.
E chi non potrà esserci fisicamente, magariperché ha un lavoro da cui non può assentarsi, si avvicini a queste associazioni.
Troverà un mondo di persone bellissime, impegnate, concrete ed accoglienti.
Perché poche cose uniscono come la cultura della legalità.
Buona primavera Libera a tutti!
domenica 5 marzo 2017
Del perchè ancora Pd, e del perchè con Andrea Orlando
Ho riflettuto a lungo se fosse il caso di scrivere qualcosa di articolato sul congresso.
Per la prima volta da quando ho aperto questo blog, c' erano sullo schermo quattro diverse bozze di post che avevo iniziato e mai concluso.
Perchè?
Perchè non sono giorni facili, e per chi vive la politica come una passione forte, ma essenziale e non ama indulgere nella retorica, è difficile fermare cuore e cervello e farlo in maniera costruttiva.
Oggi, ho deciso che sì, era giunto il momento di fissare qualche concetto.
E allora, eccomi qua.
Sarà un post lungo, e molto autobiografico, quindi se vi piacciono i tweet e le conte, eccovi serviti: resto nel Pd, e voterò Andrea Orlando, impegnandomi per lui in questo congresso.
Serviti gli impazienti, e i centometristi, si prosegue per i maratoneti.
Le radici di queste scelte iniziano da lontano.
Iniziano, come per tanti, in quel congresso del 2007, a Firenze.
Quando una storia si chiudeva ed un'altra se ne apriva.
Io ai Democratici di Sinistra ho voluto un bene dell' anima.
Quello non è stato il mio primo Partito (ho vissuto un anno nel Pds), ma sono stati il Partito nel quale sono cresciuta, e nel quale ho vissuto le prime vittorie e le prime sconfitte.
Tutte collettive, anche quando la candidata ero io.
Sempre, sempre insieme, con i Compagni e le Compagne di una vita.
I più grandi, che mai ci saremmo sognati di rottamare, di chiamare sciacalli -anche quando un po' lo erano- ma verso cui nella battaglia politica c' era anzi un grande rispetto.
Nel 2007 scegliemmo, in molti con una gran pena nel cuore.
E quando si sceglie con la pena nel cuore, è perchè si lascia qualcosa di molto importante e si vuole costruire qualcosa di ancora più importante.
Già all'epoca c' erano i prodromi di quanto sta avvenendo oggi.
Ho visto Compagni ed Amici di tutte le età scegliere con un po' troppa leggerezza, all' epoca.
Una leggerezza sospetta, che poi ho visto spiegarsi e disvelarsi le proprie ragioni.
Gli anni sono passati, le delusioni, individuali (alcune cocenti) e collettive non sono mancate, così come non è mancata qualche soddisfazione (sempre meno, inutile nascondermelo e nascondervelo).
E quando parlo di delusioni, non parlo di sconfitte congressuali, alle primarie o alle elezioni.
No, parlo di posizionamenti e riposizionamenti sempre volti a tutelare se stessi più che la collettività, e di una comunità che si è andata via via sfaldando.
Con un dibattito sempre più sottile.
Il Partito liquido, insomma.
Quello teorizzato da Veltroni, e concretizzato negli ultimi anni (sì, sotto la segreteria di Renzi, ma siccome per me la politica non è mai un fatto individuale, non lo è nemmeno la responsabilità, seppure è il momento di farla finita di dire che "tutti i gatti sono bigi": non è così e qualcuno, come recita il titolo di un libro di Da Milano, "ha sbagliato più forte").
Questo non è il "mio" Partito, e lo sgomento nel vedere Compagni e Compagne, ma anche Amici ed Amiche che se ne vanno è forte, fortissimo, mentre da questa parte a fianco a me, c'è chi "è un peccato",ma rapidamente "se ne farà una ragione".
E però a fianco di questo sgomento c'è stato un sentimento, che poi è diventato ragionamento politico, che si è rafforzato in me.
Qui, a Pistoia, su questo territorio, fra i miei Compagni, i nostri segretari di Circolo, era davvero scaduto il tempo?
Davvero avrei lasciato a qualcuno la soddisfazione di allargare le braccia e dire "ce ne faremo una ragione"?
Davvero le lacrime c versate nel 2007, quando ero già più che adulta, erano lacrime sprecate?
Davvero avevo lasciato una grande storia, per vederne morire un' altra?
No.
La risposta è stata un sonoro: NO!
No, per i nostri Circoli,
No, per il mio territorio.
No, per una coalizione che in questi cinque anni ha avuto IN QUESTO Partito Democratico un punto di riferimento forte, fortissimo.
No, perchè il Partito Democratico ha anche il nostro volto. Il volto delle tante persone che sui territori in questi anni hanno lavorato duro.
Intendiamoci subito.
Chiunque dirà che chi se n' è andato, l'ha fatto "per la data del congresso, perchè non sopporta Renzi o perchè vuole le poltrone" troverà sempre in me una feroce oppositrice.
Molti di quei Compagni li conosco, e le loro lacrime non meritano solo rispetto, ma il silenzio che chi vive di social e tweet probabilmente non sarà mai in grado di avere o di dare a qualcun altro.
Ci sono ragioni profonde, politiche, personali e di cultura politica. Motivazioni nate e cresciute negli anni, spesso nel travaglio personale e collettivo.
I cori "fuori, fuori" li abbiamo sentiti tutti.
Gli epiteti, che hanno percorso tutte le categorie zoologiche, le abbiamo sentiti con altrettanta chiarezza.
Quindi, farebbe meglio a tacere chi ha ordito quella trama.
In me, però, si fa strada ancora un' idea, che è quella di provare a continuare a lavorare, perchè mi pare che il mio, e il tempo di quanti credono nel Pd per come è nato non sia ancora scaduto.
Vedo e sento tanti compagni che quattro anni fa fecero una scelta diversa dalla mia, interrogarsi profondamente.
Li osservo, e li ascolto mentre si compie una parabola, con un' accelerazione fortissima dal 4 dicembre in poi.
Li sento, mentre lamentano l' assenza di una vera analisi sulla sconfitta al referendum, e prima ancora sulle sconfitte alle ultime tornate amministrative.
Sconfitte via via sempre più forti, sempre più deflagranti.
Guardo queste persone, che quattro anni fa si sono affidate (errore gravissimo, in politica) al sogno del condottiero solitario, e della rottamazione e che ora, con onestà, si chiedono se davvero era questo il risultato a cui guardare.
Mi sembra che il mito dell' uomo solo al comando stia disvelando e rivelando tutta la sua essenza fallace.
E allora, ho messo insieme i pezzi, come in un puzzle che va via via ricomponendosi, e mi sono chiesta se non fosse possibile provare a giocare una nuova partita, per dare una risposta agli uni e agli altri.
E mi sono risposta di sì.
Da lì, da quel momento è stato tutto più semplice.
C' era una sola candidatura che aveva, ed ha, queste caratteristiche: quella di Andrea Orlando.
Sì, lo so.
So benissimo che negli anni trascorsi fra i banchi del Governo, non una sola volta la sua voce si è levata mentre si assumevano decisioni per molti di noi insostenibili.
E tuttavia, Andrea Orlando non ha compiuto la scelta più facile per i suoi destini personali come invece altri componenti della sua corrente hanno fatto.
E invece no.
Ha scelto di impegnarsi, per tentare di tenere insieme questa comunità così sfilacciata.
Avrebbe potuto far sentir prima la sua voce? Sì, inutile nasconderlo.
Ma l' ha fatta sentire nel momento più difficile e più importante, dando così una casa ai tanti che oggi sono spaesati. A partire da tanti Giovani Democratici, che numerosi saranno con noi in questa battaglia.
Sarà l' ultima?
Non lo so.
Di sicuro è la più importante.
Per provare a trasformare quelle lacrime di dieci anni fa in un sorriso.
Un sorriso incerto, tirato con qualche ruga in più.
Ma comunque un sorriso.
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