sabato 28 gennaio 2017

"In viaggio" - La forza della parola in un vagone in Piazza San Francesco






Stamani io e Francesco abbiamo visitato l'installazione "In viaggio", allestita all' interno di un vecchio vagone ferroviario posizionato in Piazza San Francesco.
L'idea in sé è semplice: all' interno del vagone una serie di pannelli racconta stralci di testimonianze di deportati, che raccontano il "viaggio" verso i campi di lavoro o di sterminio. Un pannello centrale illustra invece la geografia dei campi.

L' idea è semplice, dicevo, ma proprio per questa sua semplicità è decisamente d' impatto.

Non ci sono suoni, immagini, filmati.
C' è solo l' essenzialità dell' ambientazione, e la forza dirompente della parola.
Parole che raccontano quei giorni sospesi, fra la normalità della vita da cui si viene, e l'orrore della "vita" (ma è la parola giusta?) verso cui si va, ma senza sapere nulla del punto di approdo di questo viaggio.

Sono storie di paura, racconti di un tempo che quasi non c'è. Storie di escrementi, di lacrime, di morte, di sudore. Che strappano la Shoah da quel quadro quasi agiografico in cui i grandi film hanno relegato nei decenni questa storia.
C'è l'umanità profonda, che ci ricorda che siamo fatti anche di materia. C'è il controllo reciproco fra i prigionieri, e quella lotta tutta umana per stare il più possibile vicino alla grata, unico legame con l' esterno, unico ristoro dal fetore e dal terrore.

Ma c'è poi chi racconta della preghiera, che alcuni dei prigionieri riuscivano ad intonare.
La Speranza che cresce, nonostante tutto e più forte di tutto. L' uomo, fatto di materia, sudore, urina ed escrementi, e che tuttavia, anche nella situazione più bassa e disumanizzante riesce a ritrovare se stesso.

E poi c'è la storia della ragazza che in tutto questo si preoccupa soprattutto di una cosa:salvare i propri quaderni, che ha nascosto nelle scarpe, e che porterà con sé nel campo.
Quaderni su cui trasferirà se stessa durante tutta la prigionia.
Incurante dei rischi, della stanchezza, della sofferenza.
Perché la parola, lo scritto, erano la sua unica arma.

Per ricordare, quando tutto l' orrore sarebbe finito. Per raccontare a chi sarebbe venuto dopo.
E per non farsi uccidere dalle sue stesse emozioni.

Questa storia mi ha colpito perché anche per me la parola è questo: la salvezza dell'uomo, anche là dove tutto sembra perduto.

Sono uscita piangendo -non me ne vergogno- con l'ossessiva domanda: "Come è stato possibile?"
Guardavo la mia Pistoia da quelle grate, e mi chiedevo come e perché tutto questo sia stato possibile.

Ma, in questo tempo, buio e difficile, con i razzismi e i muri che sembrano risorgere, credo sia un bel segnale di speranza che la Capitale della Cultura  scelga questo evento nel primo mese del 2017.
E c'è speranza perché da ieri è stato un flusso continuo di visitatori.
Li ho osservati, e ho visto persone turbate, commosse, che leggevano le storie e si soffermavano.

Soprattutto, ho visto i ragazzi, entrare con la leggerezza dei loro quindici anni, e farsi via via più seri e gravi, riflessivi.
Ragazzi che erano lì per scelta, non accompagnati da insegnanti, e dopo la scuola.

Ecco, quando ho rivisto Pistoia fuori, e sono uscita nel sole, ho pensato che questi cittadini, se vogliamo, possono essere le nostre sentinelle.
Andate a vederla!
Portateci i vostri ragazzi, se avete figli!

Perché non accada mai più.

Un ringraziamento all' Istituto Storico della Resistenza e alla Comunità Ebraica, che hanno reso possibile tutto questo.

domenica 15 gennaio 2017

De "L'unità" che chiude, di Dandini, Guzzanti e dell' essere di Sinistra


Ci sono simboli che pesano nella vita di ognuno di noi.
Nella mia, come in quella di tanti Compagni (uso questa parola in senso ampio), "L'unità" è uno di questi simboli, così come lo è un modo di fare televisione che imperava fra la fine degli anni '90 e l'inizio del nuovo millennio.
Questi simboli, che erano non solo strumenti di comunicazione, ma veri e propri modi d'essere, si sono stranamente intrecciati, per uno di quei casi che il destino costruisce, proprio in questi giorni (stasera, grazie a Gigi Proietti ho finalmente rivisto insieme Serena Dandini e Corrado Guzzanti)

L' Unità, glorioso giornale fondato da Gramsci, e per lunghi decenni organo ufficiale del Partito, nelle sue varie declinazioni (per me dal PCI al PD, il Partito è declinato al singolare e con l'iniziale maiuscola -ogni tanto, lo confesso mi manca il cuore di mettere questa lettera maiuscola) annuncia licenziamenti di massa, unilateralmente decisi.

Credo che ogni volta che un giornale annuncia il proprio fallimento, qualunque sia la linea editoriale, sia una sconfitta. In questo caso, per me, vale doppio.

Io a "L'unità" ho voluto bene davvero.

L'ho letta con orgoglio, l'ho anche venduta, quando il Pds cercava la propria anima rispolverando i totem del passato glorioso
La portavamo alle manifestazioni, e la leggevamo in treno, quando da Pistoia andavamo a Roma. Insieme alle bandiere c'era lei.
Certo, Repubblica, Il Manifesto... Ma quando un compagno chiedeva il giornale, gli porgevi L'unità.
Perché chi vive "a sinistra" è anche tendenzialmente un romantico, pervicacemente legato ai propri simboli.

Quell' Unità è morta da tempo.
E, prima che qualcuno pensi che questa sia un'accusa all'attuale dirigenza del PD, aggiungo che era già morta prima dell' ultimo congresso.
Perché aveva già perso questo tratto identitario.

Certo, i cortigiani di questi ultimi anni, con l'apoteosi di Rondolino e Staino (ormai, quest' ultimo, lontano anni luce dall' artista dissacrante e irriverente che faceva tremare i potenti) hanno a mio avviso contribuito a indebolire un giornale già ben distante da ciò che esso stesso era stato.
E le baruffe che stanno accompagnando la probabile chiusura del giornale sono tristi quanto l'idea di un giornale che fallisce, con i conseguenti licenziamenti di tanti professionisti.
Le accuse al Segretario di aver deluso (come se si trattasse di un affaire amoroso, e non già di una vicenda politica e occupazionale) dicono tanto della differenza fra questo tipo di direzione del giornale e quella, che so, di D'Alema o Veltroni. Due esponenti politici decisamente agli antipodi, e che tuttavia faticheremmo a vedere lanciare accuse simili, e con questi toni.

La Sinistra è dignità, è capacità e bisogno di immaginare modelli nuovi di società, è parlare di "noi" e mai di "io".
Questa non è L'unità che si porta alle manifestazioni. Questa è "L'unità" "duepuntozero", che non scalda i cuori, e che quindi i Compagni non comprano più, perché non ci si riconoscono.
E -ahimè- a sinistra c'è sempre stato quel maledetto bisogno di essere convinti, di sentirsi parte di qualcosa di più grande, per mettersi in gioco.

Per esempio, c'era bisogno di sapere che Corrado Guzzanti ci avrebbe detto che la risposta era dentro di noi, ma era sbagliata!
E mentre L'Ulivo compiva la sua parabola, Berlusconi impazzava, e tutto era impegno e partecipazione, era bello ritrovarsi in quell'ironia graffiante de "L' Ottavo Nano", con le imitazioni di Neri Marcorè, l'improbabile Vulvia che ci parlava di "'mbuti", e una galleria di personaggi nella quale si colpiva a destra come a sinistra (qualcuno ricorderà la Guzzanti con D'Alema finto comunista).

Forse era solo una bella stagione della mia vita, ero giovane e sembrava che Prodi fosse in grado di tenere insieme modernità ed identità, di condurci oltre noi stessi.
C'era l'orgoglio di poter rappresentare un cambiamento nato dal basso e cresciuto però dentro ai Partiti, da questi -forse per la prima volta- compreso ed incoraggiato.

Era un momento strano.
Da lì a poco sarebbero arrivate delusioni cocenti.

Ma in quegli anni avevamo ancora L'unità, e la grandiosa manifestazione al Circo Massimo avveniva ancora sotto quella stella.

Sarebbe bello, anche se sono passati quasi venti anni, ritrovare quella stella.
Ritrovare un' identità sufficiente a spazzar via i cortigiani e le piccinerie.
I servilismi d'accatto e i piccoli cabotaggi.

Ritrovare il sorriso, salvare L'unità non solo perché è un giornale, ma IL giornale che passi al Compagno se te lo chiede.
Mentre andate insieme ad una manifestazione a tutela dei diritti dei lavoratori, e non c'è timore a prendere in giro anche il Segretario.
Perché quello che tiene insieme tu ed il tuo Segretario non è l'interesse, né il servilismo.
Ma la convinzione che insieme vale più che da soli.
E che essere di Sinistra significa lottare per i diritti, non per toglierli.

venerdì 6 gennaio 2017

Della cultura, della luce e.... di Star Wars!




Scrivo di notte, come spesso mi capita, perché il silenzio è foriero di riflessione, e aiuta a il pensiero a spingersi sempre un po' più in là, oltre il confine dell' ovvio e dell' essenziale.

Scrivo mentre da poco si è spento nel cielo pistoiese il fascio di luce che ci accompagnerà dal 1 all' 8 gennaio, ma poi per tutto l'anno di Pistoia Capitale.

È questa la novità di cui la Città discute in questi giorni -a Pistoia "discute" si legge "litiga".
Lo confesso:sulle prime, quando ho sentito parlare di questo progetto, dell'idea di un "laser" -così comunemente ed erroneamente lo chiamiamo, a Pistoia- sono rimasta assai perplessa: mi pareva così in contrasto con questo nostro territorio, poco incline alla visibilità, strutturalmente e naturalmente portato piuttosto a lasciarsi scomparire, pago della propria essenza essenziale!

Poi, ho cominciato a leggere il senso di questo progetto, di questa idea nata da Chiara D'Afflitto, ormai svariati anni fa.
Ho provato a scrollarmi di dosso la naturale inclinazione -appunto, tutta pistoiese- a chiudermi in me, e ho cercato di immaginare questo fascio di luce come una sorta di ponte.

Un ponte che in tempi di divisione e contrapposizione riassume in sè il portato maggiore della Cultura:la capacità di creare legami e stringere alleanze.
Un ponte che unisce la famiglia Fabroni, punto d'origine ed al contempo punto d'arrivo di questo fascio che porta luce, alla Pistoia odierna. Dal passato, al presente, proiettata verso il futuro.
Un ponte verde, che richiama le piante, ricchezza eccellente e concreta di questa Città in cui la terra e la cultura contadina sono state e hanno portato vita.

Ieri sera, assieme a Francesco, abbiamo percorso la via Montalese. E sì, inutile nasconderlo: ho ceduto alla curiosità e ho cercato con gli occhi il fascio di luce.
L' ho visto spuntare, quasi a Pontenuovo -sono praticamente una talpa- e sinceramente mi ha emozionato. Sembrava, così ci siamo detti con Francesco, un tetto sotto cui cercare riparo.
L' ho visto affiancarsi a noi, e poi -bellissimo- intrecciarsi col Grande Ferro del Burri.


Capisco tuttavia perfettamente quei cittadini che polemizzano sui costi
Li comprendo perché viviamo tempi difficili, in cui ci sembra che ogni centesimo debba essere indirizzato ai servizi, o alla cura minuta della città. Non sono obiezioni peregrine, perché chi -come me- vive da semplice cittadino le difficoltà, che sono le stesse di ogni media città, è portato naturalmente a vivere il qui ed ora.

Proviamo, però, ad alzare gli occhi al cielo, e a chiederci se non sarà bello, fra qualche anno, ricordare quando nel buio si faceva strada un raggio di luce, verde come la speranza, e forte come il passato che si intreccia col futuro.
Proviamo a chiederci se non sia giusto avere il coraggio, quando vorremmo vivere il qui ed ora, di sperimentare il Bello e la Speranza.


Non è il momento dell'ottimismo -riprendo le parole che Papa Francesco ha rivolto ai terremotati del Centro Italia- però è sempre il momento della Speranza.
Se riescono loro, a sperare, forse ce la faremo anche noi.
Questo non vuol dire smettere di chiedere e lottare per avere attenzione al qui ed ora. Non sarebbe giusto, e non saremmo noi.
Però, possiamo provare a pensare che le necessità dell' oggi non sono in conflitto col Bello, che per sua natura è oltre il tempo.

Ieri sera -per esempio- ho visto un film che parla della forza dei sogni, e di quanto questi siano l' antidoto ad una vita altrimenti piena di solitudine e emarginazione.
Mi piace pensare che chi è in grado di non smettere di sognare, pur fra mille difficoltà, e riesce ad aprire una porta all' immaginazione, affronta meglio il vivere quotidiano.

Ecco, uno spicchio di sogno concediamocelo: male non (ci) farà!

P.S. A qualcuno, questo progetto ha quantomeno stimolato la goliardia: il fotomontaggio del Sindaco versione Star Wars è davvero fantastico!

mercoledì 14 dicembre 2016

Premettendo...(Del Congresso Pd, prima del Congresso Pd)


http://www.vanninochiti.com/?p=17825


Non ho espresso analisi in questo stralcio di vita politica che ha seguito l'esito referendario.

Non l'ho fatto volutamente, perché credo ancora che siano le sedi ufficiali a dover accogliere le riflessioni dei dirigenti.

Tuttavia, alla vigilia -a quanto pare- dell' Assemblea che stabilirà l' avvio del percorso congressuale, alcune -per ora poche- cose, voglio dirle anch'io.

Non so che tipo di congresso andremo a svolgere.
Io penso che più e prima di un congresso veloce, serva un congresso vero.
Un momento di riflessione sincero, franco e profondo.
Che aiuti questo mio Partito a riscoprire più le ragioni dello stare insieme che quelle della divisione.

Un congresso che riparta dal referendum, per far tesoro del risultato, forte e chiaro, ma che non usi il referendum per tracciare un solco fra buoni e cattivi, amici e nemici, progressisti e conservatori.

Sarebbe bello riscoprire il gusto del discutere non solo sui nomi, ma anche sulle proposte, cosicché il nuovo (o confermato) Segretario sia davvero il Segretario che interpreta una posizione ampiamente condivisa.


Spero anche che la Sinistra si presenti unita a questo appuntamento, e che sia in grado di mettere da parte settarismi e personalismi.
Non lo dico perché la Sinistra è da sempre il campo nel quale mi riconosco (e io non sono mai settaria -anche se qualcuno, scherzando, me lo dice continuamente, quindi sono davvero interessata ad una discussione non pregiudizialmente chiusa).
Lo dico perché credo che una Sinistra forte dentro il Pd renderebbe più forte il Partito stesso, recuperando quella ferita (volevo scrivere vulnus, per impressionarvi, ma ferita rende di più) profonda che si è determinata fra il mio Partito e il suo (mio) Popolo.
Un Popolo eterogeneo,composto non più prevalentemente da operai o dipendenti pubblici e intellettuali, ma da giovani senza lavoro, partite iva, giovani (e meno giovani) precari...

Un Popolo che ha levato forte la sua voce. Un Popolo che nel 2014 aveva creduto in noi, e che da troppo tempo si è allontanato.

Non per populismo.
Ma per disperazione e solitudine.

E allora un campo ampio, unito, coeso, non contro Renzi, ma per le ragioni della Sinistra aiuterebbe lo stesso Segretario uscente ad alzare lo sguardo, a sfidare sui contenuti, a elaborare una proposta che tenga conto anche di quelle ragioni.

Per questo, da militante, da iscritta, da dirigente, chiedo una Sinistra unita, che non tema di fare la Sinistra senza essere "contro", ma "per".

Diversamente, nella diaspora della Sinistra, molti di noi, sceglieranno liberamente, ma forse con un po' di tristezza nel cuore e nella mente.

Per tutte queste ragioni, faccio mie le riflessioni del mio amico e Compagno Vannino Chiti -che trovate in link all' inizio di questo post- auspicando che chi è chiamato a decidere ascolti questa voce.
Che è anche la voce del loro (mio) Popolo.

martedì 6 dicembre 2016

Dell' elogio del fuori tempo (massimo)...





Questo è un post assolutamente fuori (dal) tempo, e fuori (da ogni) luogo.

Non è un post che si pone il problema di essere in linea con l'attualità, e non conterrà commenti coerenti con quanto sta accadendo fuori da questa bacheca.
Ma io sento il bisogno di recuperare il mio -forse il nostro- tempo.

Il tempo per riflettere, per respirare, per fermarsi mentre tutto e tutti sembrano correre come forsennati.
Questa idea malsana che si debbano fare quante più cose possibili nel minor tempo possibile, lasciando all' otium solo un ruolo ( e un tempo) residuale è un portato subculturale degli anni Ottanta che io stessa continuo ad applicare alla mia quotidianità, senza comprendere che è una delle cause del "logorio della vita moderna" (e il Cynar non mi piace neppure, anche perché Ernesto Calindri seduto tranquillamente a un tavolo in mezzo ad una via cittadina non potrebbe starci:verrebbe travolto dal traffico impaziente).

E quest' ansia da prestazione, per cui dobbiamo essere onnipresenti e millantare conoscenze-amicizie -contatti, ci sta pian piano conducendo a un volontario eppure inconsapevole analfabetismo funzionale, per cui alla fine si ottimizza la risorsa più importante che abbiamo: il nostro pensiero e il nostro sapere.
Come facevo alle medie, quando producevo il riassunto, del riassunto, del riassunto. Un Bignami al quadrato, che alla fine non mi serviva a niente.

Allora, riprendiamoci il nostro tempo!

Io non ricordo, per esempio, da quanto tempo non mi capita di viaggiare da turista per Pistoia.
Da quanto non mi capita di ascoltare le voci della mia città, perdermi nel ricordo della Pistoia che fu, chiedendomi quali interconnessioni materiali ed immateriali l'abbiano portata ad essere ciò che è oggi.

Eppure, le nostre città non sono forse parte di noi stessi?
Non rappresentano un po' quella memoria collettiva junghiana che ci forgia in parte prima che noi stessi esistiamo?

Sono tutte domande che mi sono sorte ieri sera, durante una conversazione molto interessante con alcuni amici.
E mi è venuta voglia di riappropriarmi  del racconto della mia città, di riannodare i capi di una corda spezzata nel momento stesso in cui ho deciso cve contava più la quantità che la qualità.

Mi sto convincendo che il tempo della riflessione deve tornare al centro della mia vita.
Affannarsi non serve più.
L'unica vera rivoluzione-come dicono i buddisti- è la rivoluzione individuale.
Una rivoluzione dolce e faticosa, ma che in questo tempo di approssimazione e di (false) certezze, che spesso si trasformano in dogmi incrollabili, è l'unica vera rivoluzione possibile e soprattutto duratura.

Non ho scritto praticamente niente sul referendum, né prima, né dopo.
Non è capitato a caso; l'ho fatto volutamente, perché ho trovato che il rumore di fondo fosse già sufficientemente alto. Ho spiegato a chi mi ha interpellato su cosa votare quello che era il mio punto di vista, assumendo il ruolo e la responsabilità che la militanza politica mi conferisce, ma senza clamori.
Ho le mie idee rispetto agli scenari che si aprono ora per il mio Partito e -soprattutto- per il Paese, ma non ingaggerò nessuna discussione.
Perché penso che il momento sia per tutti noi molto serio e complesso, e richieda più cautela e atteggiamento inclusivo, che settarismo e appartenenza.
Magari identità, questo sì, che è l'esatto contrario dell'appartenenza: chi sa cosa è, non ha bisogno di chiudersi in un recinto per definirsi, ma cammina verso l'altro con le braccia aperte.



venerdì 2 dicembre 2016

(La mia) Pistoia... (La mia) Capitale della Cultura




Avviso per chi legge.

Questo post è quanto di più soggettivo ed irrazionale abbia mai scritto sul blog.
Non sarà un post colmo di dati, né di argomenti a sostegno di una tesi.
Sarà un testo emozionale, che dedico a me stessa, al mio babbo -pistoiese dalla punta dei capelli alle dita dei piedi- alla mia mamma e a mio marito, che hanno scelto Pistoia pur non essendovi nati.
E a tutti i miei concittadini, nati o cresciuti conoscendo gli angoli di questa città piccola e grande al tempo stesso, chiusa eppure in grado di dare i natali a grandi artisti, o di rappresentare la loro "degna tana".

Bene.
Se ancora non ve ne siete andati, possiamo continuare assieme.

Domani, 3 dicembre, la Capitale della Cultura si presenta ai pistoiesi. Che, protestando contro la loro Città -e dicendone quanto di peggio si possa dire- saranno numerosissimi in Sala Maggiore, a celebrare l'inizio di un anno meraviglioso.

L'anno della nostra Pistoia.

La "mia" Capitale della Cultura l'ho ascoltata ieri in anteprima, durante la Commissione Cultura riunita a Palazzo di Giano (non era un privilegio, eh: le commissioni sono pubbliche..).

Il racconto del Sindaco si è dipanato all'ombra delle mura -che saranno valorizzate e risistemate in molti tratti- vagando attraverso l'area del Ceppo, rigenerata praticamente a costo zero, fra finanziamenti europei e contributi regionali, ha salito le scale dell'Urban Center, che rappresenterà il limite su cui si fondono passato e futuro (fra Michelucci e spazi per il coworking).

Poi abbiamo viaggiato idealmente attraverso gli spazi fisici del museo diffuso, e osservato con gli occhi della mente il cono di luce che attraverserà la città da Palazzo Fabroni fino a Villa di Celle, in un luminoso omaggio a Chiara D'Afflitto.

Ci siamo poi aggirati fra i libri pregiati della Biblioteca Forteguerriana, e da lì affacciati agli eventi che saranno ospitati alla Biblioteca San Giorgio -oltre mille.
Potevamo non fare un salto a teatro?
Certo che no, ed infatti il Teatro Manzoni e l'Atp ci hanno offerto un bello spettacolo, che tuttavia, con la Compagnia degli Omíni non si svolgeva sul palco, ma su un treno della Transappenninica.

Già, perché anche la Porrettana è parte fondamentale di questa nostra Capitale: una parte della sua storia che non vogliamo consegnare alla storia. Ed infatti un protocollo fresco di firma unisce Toscana ed Emilia Romagna attraverso il crinale appenninico.

E poi il Novecento, con la sua scuola pittorica in cui Pistoia ha rappresentato un importante segmento di rilievo nazionale e non solo.
E l'identità medievale, che oltre a lasciarci mura solide e protettive (come i pistoiesi) ci ha tramandato un grande orgoglio e la capacità di resistere, soli contro tutti.


La Capitale della Cultura, la mia, è questa.
Da Remo Cerini a Niccolò Forteguerri.

La semplicità e la grandezza.
Le mura chiuse e la Piazza aperta, apertissima, in grado di mettere assieme Tribunale, Comune e Cattedrale.

Il Centro e la Periferia.
Che ogni giorno si odiano, ma ogni giorno si difendono a vicenda:solo un pistoiese può criticare Pistoia.

Domani, in Sala Maggiore, ascolteremo tutto questo.

Domani, ognuno avrà la "sua" Capitale della Cultura.

Domani, inizierà un nuovo tempo per la Città.

E sarà scandito dal suo orologio più antico:quello del Campanile.

venerdì 18 novembre 2016

Pronti...Via! Capitale della Cultura sia!


Fotografia tratta dalla pagina Facebook "Per Samuele Bertinelli"


Ci siamo!

Questa settimana, il 2017 e la Capitale della Cultura sono sembrati davvero più vicini.
Sono stati due i passaggi fondamentali di questi giorni: la presentazione del logo che ci accompagnerà per tutto il 2017 (con le consuete polemiche pistoiesi, tanto per parlare di identità), e la presentazione del bando per il cuore pulsante del prossimo anno: i progetti culturali delle associazioni pistoiesi, presentato stamani a Palazzo di Giano. Cinquantamila euro che andranno a finanziare i progetti che le associazioni del territorio presenteranno, e che potranno usufruire di contributi da parte dell'Amministrazione per importi da 1000 a 5000 euro.

Voglio soffermarmi su questo bando, per chiudere poi con un paio di battute sul logo.

Il valore dell'atto presentato oggi non è soltanto di natura economica; c'è molto di più, in questa scelta.
C' è la consapevolezza che essere la Capitale della Cultura significa innanzitutto generare energie, mettere in circolo non solo (e forse non tanto) risorse materiali, ma soprattutto quelle immateriali, quella "polvere di stelle" di cui è fatta la cultura. Quella vera, quella che resta sul territorio, quella che rimarrà nei nostri vicoli, nelle nostre menti e nei nostri cuori quando il 2017 sarà terminato, e la nostra Città dovrà essere in grado di continuare  a renderci orgogliosi di lei (vabbè, noi lo saremo e saremmo comunque :-) ). 

E la sfida, miei cari concittadini, starà tutta lì. 
E d'altronde, un po' quella sfida già l'abbiamo vinta, ottenendo senza clamori e senza mutare di una virgola il nostro modo d'essere.
Quella compiuta stamani è, dunque, una scelta eminentemente e squisitamente politica.

Investire le risorse (quelle che ci sono, ovviamente) nel e per il nostro associazionismo.

Torniamo però al bando, il cui contenuto è ovviamente consultabile sul sito del Comune.
Ci sono alcuni aspetti che mi sembrano particolarmente rilevanti.
Innanzitutto, il bando è rivolto ad Associazioni che hanno sede e svolgono l'attività a Pistoia, e per progetti che si svolgeranno sul nostro territorio.
Dovranno poi essere Associazioni senza scopo di lucro, con una struttura democratica, cariche associative gratuite, con un bilancio trasparente, e che non pongano limiti discriminatori alle iscrizioni.
Tutte caratteristiche che evidentemente tendono ad affermare un  principio: si guarda a realtà fortemente radicate sul territorio, che intendono il proprio agire come pienamente democratico ed effettivamente svolto nell'interesse gratuito della collettività.
Oltre ai progetti che otterranno i finanziamenti, il Programma di Pistoia Capitale ne accoglierà anche altri, che potranno usufruire dei canali promozionali messi a disposizione dall'Amministrazione.

E, signori, questa è la Cultura per me. La Cultura migliore. 
Quella consolidata, vera, piena. Quella che migliora la vita di chi la produce e di chi ne fruisce.
Quella che si confà ad una città che ha un patrimonio così consolidato di associazionismo e di Istituti culturali, che è stata in grado, nel silenzio e nel lavoro quotidiano, di costruire un sistema, un sistema solido, perchè fortemente connesso nel reticolo delle nostre vie, e intrecciato con le pietre delle nostre bellissime mura (che, fra l'altro, usciranno più belle da questo 12017).


Lasciatemi dire una cosa. 
Ricordo i sorrisi ironici di molti, che dicevano che questo anno che ci attende sarebbe stato  l'anno dell'elitarismo, che questa nomina sarebbe passata come una folata di vento sulla nostra Pistoia, e che terminato il 2017 niente sarebbe rimasto impigliato fra i rami e le foglie dei vivai.
Credo che, se Pistoia e il suo associazionismo sapranno rispondere, questa sfida possa e debba essere interamente giocata. 
Tocca a noi dimostrare che Pistoia può farcela. 
Che noi possiamo farcela. 
Abbiamo un mese di tempo circa: il bando scade alle 12,00 del 15 dicembre.
Un mese per dimostrare che a Pistoia siamo un po' brontoloni, ma che quando ci offrono un'occasione sappiamo coglierla.

Per fare più forte il nostro territorio. 
Per fare più forti noi stessi. 
Perchè il 2017 non sia solo un anno, ma l'anno da cui ripartire. 
Per scrivere un nuovo tempo, tutti assieme, con la risorsa più importante che abbiamo: noi stessi. 
E sappiamo cosa questo significa: con i pistoiesi non si scherza!  


P.S. Nella foto potete vedere il logo scelto per Pistoia Capitale della Cultura 2017.
Guardatelo un po'. 
Tornateci con gli occhi, e con la mente: in un primo momento anche io non ero rimasta proprio colpita. 
Poi ho cominciato a guardarlo, ogni tanto. 
E ho capito che invece ha soprattutto un grande pregio: è semplice. Senza fronzoli. 
Quadrato, ma un po' di sbieco. 
Imperfetto. 
Solido, ed intrecciato, come le nostre mura e le stradine medievali. 
Chiuso in sè, ma percorso da incroci ed intrecci che ci portano fuori da noi, verso il mondo. 
Come il 2017. 


Dalla Relazione di accompagnamento al logo:
"La città – si legge nella relazione descrittiva del progetto vincitore - custodisce infinite ricchezze, che in molti casi hanno trovato visibilità grazie ad importanti manifestazioni ed a strutture culturali che le hanno permesso di sconfinare oltre le proprie mura.
È proprio da questo concetto che parte l’idea del logotipo presentato. L’attenzione si focalizza quindi sul “passaggio che genera nuovi stimoli”. La città viene attraversata da cittadini, da turisti, da iniziative e da manifestazioni, ogni passaggio modifica il territorio e la città, che si arricchisce di tutto ciò da cui è attraversata e può in questo modo uscire dai propri confini.
Unendo la conformazione fisica di Pistoia a questo concetto, ne viene fuori un’intersezione di strade, percorsi trasversali che, incontrandosi, generano ricchezze e nuovi stimoli. È così che le tre cerchie di mura cittadine si prolungano per cercare dei punti di contatto, trasformandosi, da simbolo di chiusura, in simbolo di apertura, di scambio.
Le linee infatti seguono l’andamento reale della prima e della seconda cerchia di mura, come se ogni tratto si prolungasse per dare vita ad un’intersezione di strade. Così come si intersecano i tratti del logo, anche i colori non sono statici, si fondono assieme per dare vita ad un gradiente che include toni caldi e toni più freddi. 
Il marchio intende così promuovere Pistoia come città per tutti. Una città a misura d’uomo, capace di colpire chi l’attraversa con le sue molteplici sfaccettature e il suo patrimonio unico”.