domenica 26 marzo 2017

Della Provincia, e del perché deve funzionare...





Ho seguito la protesta delle Province, che ha visto i Presidenti denunciare lo stato in cui versa un Ente che, ad oggi, la nostra Costituzione continua a prevedere.
Dico qualcosa, perché io questo Ente lo conosco, ne conosco il funzionamento, e conosco le persone che tuttora ci lavorano. E non mi sembrava giusto tacere.

Bisogna -ahimé- fare una premessa, in questo Paese nel quale esprimere una posizione sembra preludere al fatto che si sta dalla parte di questo o di quello.
Io sto dalla parte dei territori.
Di tutti i territori, compreso il mio, e dei cittadini, che hanno diritto ad avere servizi sufficienti.

E credo che le istanze poste dalle Province, compresa la nostra, siano istanze giuste.
Perché il referendum del 4 dicembre ci ha consegnato -ci piaccia o meno- un quadro nel quale le Province continuano ad esistere, come Ente di rango costituzionale, cui la legge Delrio e le leggi regionali continuano ad attribuire funzioni importanti.
Funzioni che incidono sulle scuole, sulle strade, sull' assetto del territorio.
Funzioni che incidono fortemente sulla qualità della vita quotidiana dei cittadini, e che devono essere necessariamente esercitate.

È quindi opportuno svolgere una riflessione seria sull' architettura istituzionale del nostro Paese, e mettere in condizione gli Enti di svolgere appieno le proprie funzioni. Verificando come reindirizzare le risorse, stringendo un patto forte con i territori, svincolando le risorse laddove esse sono disponibili.
In questo senso, ho apprezzato molto la proposta dei dirigenti scolastici, rispetto alle risorse della scuole.

Ma è importante prima di tutto fare un' operazione di ascolto importante, stringere un patto con i nostri Amministratori, a partire da coloro che si sono assunti l' onere di guidare le Province, e di sedere nei Consigli Provinciali.
Amministratori che sono anche Sindaci, che conoscono il territorio, e sono portatori non dei loro interessi particolari, ma di quelli dei cittadini che sono chiamati a rappresentare.

Mi pare che questa dovrebbe essere l'ottica da assumere. Ascolto reciproco, e pragmatica volontà di individuare soluzioni concrete non per gli amministratori, ma per i cittadini, che ci chiedono di avere servizi adeguati alle tasse che pagano.

Il problema riguarda tutti noi. Non solo i Presidenti, non solo i consiglieri, non solo il ceto politico, il cui linguaggio i cittadini comprendono sempre meno, ma tutti coloro che si impegnano -a prescindere dal proprio ruolo- per il territorio.
Che è il bene più prezioso che abbiamo.

Ho vissuto in questi anni il travaglio dei dipendenti della Provincia, frustrati non per il proprio interesse personale, ma per non poter dare ai cittadini le risposte che chiedevano.
E ho visto competenze importanti rischiare di perdersi. Non per responsabilità di qualcuno, ma per un contesto complessivo non adeguato alla situazione in cui ci troviamo.
Un contesto che non è quello che come Partito Democratico avremmo voluto.
Ma che è quello che gli italiani ci hanno consegnato.

Per tutte queste ragioni credo che le istanze poste dai Presidenti delle Province siano legittime, e che dovremmo con spirito costruttivo interpretare e capitalizzare.

lunedì 20 marzo 2017

Don Peppe Diana, l' attualità del suo messaggio e il 21 marzo



http://www.caritasitaliana.it/caritasitaliana/allegati/1230/Materiali_donGiuseppe_Diana.pdf
Ieri ricorreva l' anniversario dell' omicidio di don Peppe Diana, e domani si celebra la giornata in ricordo delle vittime di tutte le mafie.

Mi pareva giusto scrivere di don Diana, perché non tutti conoscono la figura di questo prete di campagna, che pure ha lasciato con il suo esempio concreto una traccia indelebile in uno dei territori probabilmente più sfregiati dalla camorra: Casal di Principe.
Ho inserito un link all' inizio di questa mia riflessione, che contiene il documento che don Diana aveva dedicato al suo popolo. Leggetelo:è breve, e molto bello!

Andiamo per ordine.
Don Diana aveva avuto la classica formazione teologica, era un parroco colto, laureato in teologia e filosofia, cui alla fine degli anni '80 fu assegnata una parrocchia in una terra difficile, in cui la camorra non solo era presente, ma controllava il territorio.
Lo controllava socialmente, tanto da diventare un punto di riferimento per la popolazione locale, lo controllava economicamente, dopo essersi legata all' imprenditoria del luogo, e lo controllava politicamente, arrivando a fondersi con il potere politico locale.
Insomma, la camorra di Casal di Principe aveva portato a compimento il percorso che consente alle mafie di conquistare tutti i livelli del potere, e quindi di governare il territorio.

In questo contesto, fin dall'inizio, don Diana diventa elemento di disturbo. Perché inizia a lavorare alacremente sul territorio, soprattutto con i bambini e i ragazzi. Un lavoro pericoloso per la camorra, perché i giovanissimi, non ancora completamente avviluppati nella rete della camorra, potevano rappresentare quel detonatore, quel fattore di cambiamento che è l' unica arma contro un controllo così stringente come quello che la camorra aveva costruito sulla comunità casalese.

E don Diana educò bambini, ragazzi e poi adulti.

Pronunciò parole nuove, invitò a leggere, a studiare, a guardarsi intorno.
Invitò i casalesi ad alzare la testa, a capire che la camorra poteva non essere l' unica alternativa.
E che, mentre dava l' illusione di dare lavoro, frenava lo sviluppo, perché il primo interesse era arricchire se stessa, non i casalesi.

E don Diana dava fastidio perché queste cose le diceva in chiesa, con la forza conferita dall' altare, in una terra nella quale non sempre la Chiesa era stata all' altezza del compito evangelico.

Era quindi rapidamente diventato elemento di rottura di quegli equilibri, apparentemente immutabili, di cui tutte le mafie si nutrono.
Equilibri che garantivano i poteri locali, quelli economici e quelli politici, consentendo loro di autotutelarsi ed autoriprodursi, purché si accettasse di stare all' ombra della camorra.
Uno schema che appare a noi che lo osserviamo da fuori talmente classico da scadere nella banalità.
Ma proviamo a metterci nei panni di un giovane casalese che non trova lavoro.
O proviamo a chiederci se sui nostri territori non abbiamo davvero mai avuto la sensazione che sia accaduto o stia accadendo qualcosa di simile -magari non con omicidi o spargimento di sangue.
Attenzione, perché i meccanismi sono sempre più sottili di quanto appaiano.

Insomma, l' evangelizzazione di don Diana si fa sempre più pericolosa.
Le maglie della rete camorristica si fragilizzano, anche per ragioni interne di potere, e la soluzione resta solo una: uccidere.

Uccidere un prete era un atto rischioso, perché avrebbe scosso la comunità e indebolito il controllo sociale, ma non si trovò altra soluzione: don Diana doveva morire.
E così fu. Il 19 marzo 1994 gli spararono, mentre si preparava a dire la messa, con nel cuore probabilmente altre parole per i casalesi e contro la camorra.
Parole che quella pistola gli soffocò in gola.

Ma la testimonianza, quella laica, e quella evangelica, era stata troppo forte, e l' eco di quello sparo travalicò i confini della provincia ed ebbe, anche negli anni a venire, ampio risalto in tutto il Paese, tanto da fare di don Diana un simbolo di libertà, di coraggio, di cultura e di amore viscerale per il territorio.

Casal di Principe forse non si è ancora liberato delle catene invisibili ma fortissime della camorra, così come tante altre zone del nostro Paese -e stolto sarebbe chi pensasse che la criminalità organizzata riguarda solo il Sud.
Ma di certo ha preso coscienza di sé.

E il peggior nemico delle mafie -di tutte le mafie- è la cultura della legalità, la denuncia costante, la testimonianza infaticabile.
Per questo, domani è importante essere accanto a Libera -se potete, con la presenza- e a tutte le altre associazioni che lavorano ogni giorno per fare della cultura dell' antimafia uno dei tratti centrali dell'educazione dei nostri giovani.
Nei giorni in cui la primavera vince sull' inverno, testimoniare per la libertà, contro l' oppressione del crimine, è un bellissimo dovere civico.
E chi non potrà esserci fisicamente, magariperché ha un lavoro da cui non può assentarsi, si avvicini a queste associazioni.
Troverà un mondo di persone bellissime, impegnate, concrete ed accoglienti.
Perché poche cose uniscono come la cultura della legalità.

Buona primavera Libera a tutti!

domenica 5 marzo 2017

Del perchè ancora Pd, e del perchè con Andrea Orlando





Ho riflettuto a lungo se fosse il caso di scrivere qualcosa di articolato sul congresso.
Per la prima volta da quando ho aperto questo blog, c' erano sullo schermo quattro diverse bozze di post che avevo iniziato e mai concluso.
Perchè?
Perchè non sono giorni facili, e per chi vive la politica come una passione forte, ma essenziale e non ama indulgere nella retorica, è difficile fermare cuore e cervello e farlo in maniera costruttiva.

Oggi, ho deciso che sì, era giunto il momento di fissare qualche concetto.

E allora, eccomi qua.
Sarà un post lungo, e molto autobiografico, quindi se vi piacciono i tweet e le conte, eccovi serviti: resto nel Pd, e voterò Andrea Orlando, impegnandomi per lui in questo congresso.

Serviti gli impazienti, e i centometristi, si prosegue per i maratoneti.

Le radici di queste scelte iniziano da lontano.
Iniziano, come per tanti, in quel congresso del 2007, a Firenze.
Quando una storia si chiudeva ed un'altra se ne apriva.

Io ai Democratici di Sinistra ho voluto un bene dell' anima.
Quello non è stato il mio primo Partito (ho vissuto un anno nel Pds), ma sono stati il Partito nel quale sono cresciuta, e nel quale ho vissuto le prime vittorie e le prime sconfitte.
Tutte collettive, anche quando la candidata ero io.
Sempre, sempre insieme, con i Compagni e le Compagne di una vita.
I più grandi, che mai ci saremmo sognati di rottamare, di chiamare sciacalli -anche quando un po' lo erano- ma verso cui nella battaglia politica c' era anzi un grande rispetto.

Nel 2007 scegliemmo, in molti con una gran pena nel cuore.
E quando si sceglie con la pena nel cuore, è perchè si lascia qualcosa di molto importante e si vuole costruire qualcosa di ancora più importante.
Già all'epoca c' erano i prodromi di quanto sta avvenendo oggi.
Ho visto Compagni ed Amici di tutte le età scegliere con un po' troppa leggerezza, all' epoca.
Una leggerezza sospetta, che poi ho visto spiegarsi e disvelarsi le proprie ragioni.

Gli anni sono passati, le delusioni, individuali (alcune cocenti) e collettive non sono mancate, così come non è mancata qualche soddisfazione (sempre meno, inutile nascondermelo e nascondervelo).
E quando parlo di delusioni, non parlo di sconfitte congressuali, alle primarie o alle elezioni.
No, parlo di posizionamenti e riposizionamenti sempre volti a tutelare se stessi più che la collettività, e di una comunità che si è andata via via sfaldando.
Con un dibattito sempre più sottile.

Il Partito liquido, insomma.
Quello teorizzato da Veltroni, e concretizzato negli ultimi anni (sì, sotto la segreteria di Renzi, ma siccome per me la politica non è mai un fatto individuale, non lo è nemmeno la responsabilità, seppure è il momento di farla finita di dire che "tutti i gatti sono bigi": non è così e qualcuno, come recita il titolo di un libro di Da Milano, "ha sbagliato più forte").

Questo non è il "mio" Partito, e lo sgomento nel vedere Compagni e Compagne, ma anche Amici ed Amiche che se ne vanno è forte, fortissimo, mentre da questa parte a fianco a me, c'è chi "è un peccato",ma rapidamente "se ne farà una ragione".
E però a fianco di questo sgomento c'è stato un sentimento, che poi è diventato ragionamento politico, che si è rafforzato in me.
Qui, a Pistoia, su questo territorio, fra i miei Compagni, i nostri segretari di Circolo, era davvero scaduto il tempo?
Davvero avrei lasciato a qualcuno la soddisfazione di allargare le braccia e dire "ce ne faremo una ragione"?
Davvero le lacrime c versate nel 2007, quando ero già più che adulta, erano lacrime sprecate?
Davvero avevo lasciato una grande storia, per vederne morire un' altra?
No.
La risposta è stata un sonoro: NO!

No, per i nostri Circoli,
No, per il mio territorio.
No, per una coalizione che in questi cinque anni ha avuto IN QUESTO Partito Democratico un punto di riferimento forte, fortissimo.
No, perchè il Partito Democratico ha anche il nostro volto. Il volto delle tante persone che sui territori in questi anni hanno lavorato duro.

Intendiamoci subito.
Chiunque dirà che chi se n' è andato, l'ha fatto "per la data del congresso, perchè non sopporta Renzi o perchè vuole le poltrone" troverà sempre in me una feroce oppositrice.
Molti di quei Compagni li conosco, e le loro lacrime non meritano solo rispetto, ma il silenzio che chi vive di social e tweet probabilmente non sarà mai in grado di avere o di dare a qualcun altro.
Ci sono ragioni profonde, politiche, personali e di cultura politica. Motivazioni nate e cresciute negli anni, spesso nel travaglio personale e collettivo.
I cori "fuori, fuori" li abbiamo sentiti tutti.
Gli epiteti, che hanno percorso tutte le categorie zoologiche, le abbiamo sentiti con altrettanta chiarezza.
Quindi, farebbe meglio a tacere chi ha ordito quella trama.

In me, però, si fa strada ancora un' idea, che è quella di provare a continuare a lavorare, perchè mi pare che il mio, e il tempo di quanti credono nel Pd per come è nato non sia ancora scaduto.
Vedo e sento tanti compagni che quattro anni fa fecero una scelta diversa dalla mia, interrogarsi profondamente.
Li osservo, e li ascolto mentre si compie una parabola, con un' accelerazione fortissima dal 4 dicembre in poi.
Li sento, mentre lamentano l' assenza di una vera analisi sulla sconfitta al referendum, e prima ancora sulle sconfitte alle ultime tornate amministrative.
Sconfitte via via sempre più forti, sempre più deflagranti.
Guardo queste persone, che quattro anni fa si sono affidate (errore gravissimo, in politica) al sogno del condottiero solitario, e della rottamazione e che ora, con onestà, si chiedono se davvero era questo il risultato a cui guardare.

Mi sembra che il mito dell' uomo solo al comando stia disvelando e rivelando tutta la sua essenza fallace.

E allora, ho messo insieme i pezzi, come in un puzzle che va via via ricomponendosi, e mi sono chiesta se non fosse possibile provare a giocare una nuova partita, per dare una risposta agli uni e agli altri.
E mi sono risposta di sì.

Da lì, da quel momento è stato tutto più semplice.
C' era una sola candidatura che aveva, ed ha, queste caratteristiche: quella di Andrea Orlando.
Sì, lo so.
So benissimo che negli anni trascorsi fra i banchi del Governo, non una sola volta la sua voce si è levata mentre si assumevano decisioni per molti di noi insostenibili.
E tuttavia, Andrea Orlando non ha compiuto la scelta più facile per i suoi destini personali come invece altri componenti della sua corrente hanno fatto.

E invece no.
Ha scelto di impegnarsi, per tentare di tenere insieme questa comunità così sfilacciata.
Avrebbe potuto far sentir prima la sua voce? Sì, inutile nasconderlo.
Ma l' ha fatta sentire nel momento più difficile e più importante, dando così una casa ai tanti che oggi sono spaesati. A partire da tanti Giovani Democratici, che numerosi saranno con noi in questa battaglia.

Sarà l' ultima?
Non lo so.
Di sicuro è la più importante.

Per provare a trasformare quelle lacrime di dieci anni fa in un sorriso.
Un sorriso incerto, tirato con qualche ruga in più.
Ma comunque un sorriso.

sabato 28 gennaio 2017

"In viaggio" - La forza della parola in un vagone in Piazza San Francesco






Stamani io e Francesco abbiamo visitato l'installazione "In viaggio", allestita all' interno di un vecchio vagone ferroviario posizionato in Piazza San Francesco.
L'idea in sé è semplice: all' interno del vagone una serie di pannelli racconta stralci di testimonianze di deportati, che raccontano il "viaggio" verso i campi di lavoro o di sterminio. Un pannello centrale illustra invece la geografia dei campi.

L' idea è semplice, dicevo, ma proprio per questa sua semplicità è decisamente d' impatto.

Non ci sono suoni, immagini, filmati.
C' è solo l' essenzialità dell' ambientazione, e la forza dirompente della parola.
Parole che raccontano quei giorni sospesi, fra la normalità della vita da cui si viene, e l'orrore della "vita" (ma è la parola giusta?) verso cui si va, ma senza sapere nulla del punto di approdo di questo viaggio.

Sono storie di paura, racconti di un tempo che quasi non c'è. Storie di escrementi, di lacrime, di morte, di sudore. Che strappano la Shoah da quel quadro quasi agiografico in cui i grandi film hanno relegato nei decenni questa storia.
C'è l'umanità profonda, che ci ricorda che siamo fatti anche di materia. C'è il controllo reciproco fra i prigionieri, e quella lotta tutta umana per stare il più possibile vicino alla grata, unico legame con l' esterno, unico ristoro dal fetore e dal terrore.

Ma c'è poi chi racconta della preghiera, che alcuni dei prigionieri riuscivano ad intonare.
La Speranza che cresce, nonostante tutto e più forte di tutto. L' uomo, fatto di materia, sudore, urina ed escrementi, e che tuttavia, anche nella situazione più bassa e disumanizzante riesce a ritrovare se stesso.

E poi c'è la storia della ragazza che in tutto questo si preoccupa soprattutto di una cosa:salvare i propri quaderni, che ha nascosto nelle scarpe, e che porterà con sé nel campo.
Quaderni su cui trasferirà se stessa durante tutta la prigionia.
Incurante dei rischi, della stanchezza, della sofferenza.
Perché la parola, lo scritto, erano la sua unica arma.

Per ricordare, quando tutto l' orrore sarebbe finito. Per raccontare a chi sarebbe venuto dopo.
E per non farsi uccidere dalle sue stesse emozioni.

Questa storia mi ha colpito perché anche per me la parola è questo: la salvezza dell'uomo, anche là dove tutto sembra perduto.

Sono uscita piangendo -non me ne vergogno- con l'ossessiva domanda: "Come è stato possibile?"
Guardavo la mia Pistoia da quelle grate, e mi chiedevo come e perché tutto questo sia stato possibile.

Ma, in questo tempo, buio e difficile, con i razzismi e i muri che sembrano risorgere, credo sia un bel segnale di speranza che la Capitale della Cultura  scelga questo evento nel primo mese del 2017.
E c'è speranza perché da ieri è stato un flusso continuo di visitatori.
Li ho osservati, e ho visto persone turbate, commosse, che leggevano le storie e si soffermavano.

Soprattutto, ho visto i ragazzi, entrare con la leggerezza dei loro quindici anni, e farsi via via più seri e gravi, riflessivi.
Ragazzi che erano lì per scelta, non accompagnati da insegnanti, e dopo la scuola.

Ecco, quando ho rivisto Pistoia fuori, e sono uscita nel sole, ho pensato che questi cittadini, se vogliamo, possono essere le nostre sentinelle.
Andate a vederla!
Portateci i vostri ragazzi, se avete figli!

Perché non accada mai più.

Un ringraziamento all' Istituto Storico della Resistenza e alla Comunità Ebraica, che hanno reso possibile tutto questo.

domenica 15 gennaio 2017

De "L'unità" che chiude, di Dandini, Guzzanti e dell' essere di Sinistra


Ci sono simboli che pesano nella vita di ognuno di noi.
Nella mia, come in quella di tanti Compagni (uso questa parola in senso ampio), "L'unità" è uno di questi simboli, così come lo è un modo di fare televisione che imperava fra la fine degli anni '90 e l'inizio del nuovo millennio.
Questi simboli, che erano non solo strumenti di comunicazione, ma veri e propri modi d'essere, si sono stranamente intrecciati, per uno di quei casi che il destino costruisce, proprio in questi giorni (stasera, grazie a Gigi Proietti ho finalmente rivisto insieme Serena Dandini e Corrado Guzzanti)

L' Unità, glorioso giornale fondato da Gramsci, e per lunghi decenni organo ufficiale del Partito, nelle sue varie declinazioni (per me dal PCI al PD, il Partito è declinato al singolare e con l'iniziale maiuscola -ogni tanto, lo confesso mi manca il cuore di mettere questa lettera maiuscola) annuncia licenziamenti di massa, unilateralmente decisi.

Credo che ogni volta che un giornale annuncia il proprio fallimento, qualunque sia la linea editoriale, sia una sconfitta. In questo caso, per me, vale doppio.

Io a "L'unità" ho voluto bene davvero.

L'ho letta con orgoglio, l'ho anche venduta, quando il Pds cercava la propria anima rispolverando i totem del passato glorioso
La portavamo alle manifestazioni, e la leggevamo in treno, quando da Pistoia andavamo a Roma. Insieme alle bandiere c'era lei.
Certo, Repubblica, Il Manifesto... Ma quando un compagno chiedeva il giornale, gli porgevi L'unità.
Perché chi vive "a sinistra" è anche tendenzialmente un romantico, pervicacemente legato ai propri simboli.

Quell' Unità è morta da tempo.
E, prima che qualcuno pensi che questa sia un'accusa all'attuale dirigenza del PD, aggiungo che era già morta prima dell' ultimo congresso.
Perché aveva già perso questo tratto identitario.

Certo, i cortigiani di questi ultimi anni, con l'apoteosi di Rondolino e Staino (ormai, quest' ultimo, lontano anni luce dall' artista dissacrante e irriverente che faceva tremare i potenti) hanno a mio avviso contribuito a indebolire un giornale già ben distante da ciò che esso stesso era stato.
E le baruffe che stanno accompagnando la probabile chiusura del giornale sono tristi quanto l'idea di un giornale che fallisce, con i conseguenti licenziamenti di tanti professionisti.
Le accuse al Segretario di aver deluso (come se si trattasse di un affaire amoroso, e non già di una vicenda politica e occupazionale) dicono tanto della differenza fra questo tipo di direzione del giornale e quella, che so, di D'Alema o Veltroni. Due esponenti politici decisamente agli antipodi, e che tuttavia faticheremmo a vedere lanciare accuse simili, e con questi toni.

La Sinistra è dignità, è capacità e bisogno di immaginare modelli nuovi di società, è parlare di "noi" e mai di "io".
Questa non è L'unità che si porta alle manifestazioni. Questa è "L'unità" "duepuntozero", che non scalda i cuori, e che quindi i Compagni non comprano più, perché non ci si riconoscono.
E -ahimè- a sinistra c'è sempre stato quel maledetto bisogno di essere convinti, di sentirsi parte di qualcosa di più grande, per mettersi in gioco.

Per esempio, c'era bisogno di sapere che Corrado Guzzanti ci avrebbe detto che la risposta era dentro di noi, ma era sbagliata!
E mentre L'Ulivo compiva la sua parabola, Berlusconi impazzava, e tutto era impegno e partecipazione, era bello ritrovarsi in quell'ironia graffiante de "L' Ottavo Nano", con le imitazioni di Neri Marcorè, l'improbabile Vulvia che ci parlava di "'mbuti", e una galleria di personaggi nella quale si colpiva a destra come a sinistra (qualcuno ricorderà la Guzzanti con D'Alema finto comunista).

Forse era solo una bella stagione della mia vita, ero giovane e sembrava che Prodi fosse in grado di tenere insieme modernità ed identità, di condurci oltre noi stessi.
C'era l'orgoglio di poter rappresentare un cambiamento nato dal basso e cresciuto però dentro ai Partiti, da questi -forse per la prima volta- compreso ed incoraggiato.

Era un momento strano.
Da lì a poco sarebbero arrivate delusioni cocenti.

Ma in quegli anni avevamo ancora L'unità, e la grandiosa manifestazione al Circo Massimo avveniva ancora sotto quella stella.

Sarebbe bello, anche se sono passati quasi venti anni, ritrovare quella stella.
Ritrovare un' identità sufficiente a spazzar via i cortigiani e le piccinerie.
I servilismi d'accatto e i piccoli cabotaggi.

Ritrovare il sorriso, salvare L'unità non solo perché è un giornale, ma IL giornale che passi al Compagno se te lo chiede.
Mentre andate insieme ad una manifestazione a tutela dei diritti dei lavoratori, e non c'è timore a prendere in giro anche il Segretario.
Perché quello che tiene insieme tu ed il tuo Segretario non è l'interesse, né il servilismo.
Ma la convinzione che insieme vale più che da soli.
E che essere di Sinistra significa lottare per i diritti, non per toglierli.

venerdì 6 gennaio 2017

Della cultura, della luce e.... di Star Wars!




Scrivo di notte, come spesso mi capita, perché il silenzio è foriero di riflessione, e aiuta a il pensiero a spingersi sempre un po' più in là, oltre il confine dell' ovvio e dell' essenziale.

Scrivo mentre da poco si è spento nel cielo pistoiese il fascio di luce che ci accompagnerà dal 1 all' 8 gennaio, ma poi per tutto l'anno di Pistoia Capitale.

È questa la novità di cui la Città discute in questi giorni -a Pistoia "discute" si legge "litiga".
Lo confesso:sulle prime, quando ho sentito parlare di questo progetto, dell'idea di un "laser" -così comunemente ed erroneamente lo chiamiamo, a Pistoia- sono rimasta assai perplessa: mi pareva così in contrasto con questo nostro territorio, poco incline alla visibilità, strutturalmente e naturalmente portato piuttosto a lasciarsi scomparire, pago della propria essenza essenziale!

Poi, ho cominciato a leggere il senso di questo progetto, di questa idea nata da Chiara D'Afflitto, ormai svariati anni fa.
Ho provato a scrollarmi di dosso la naturale inclinazione -appunto, tutta pistoiese- a chiudermi in me, e ho cercato di immaginare questo fascio di luce come una sorta di ponte.

Un ponte che in tempi di divisione e contrapposizione riassume in sè il portato maggiore della Cultura:la capacità di creare legami e stringere alleanze.
Un ponte che unisce la famiglia Fabroni, punto d'origine ed al contempo punto d'arrivo di questo fascio che porta luce, alla Pistoia odierna. Dal passato, al presente, proiettata verso il futuro.
Un ponte verde, che richiama le piante, ricchezza eccellente e concreta di questa Città in cui la terra e la cultura contadina sono state e hanno portato vita.

Ieri sera, assieme a Francesco, abbiamo percorso la via Montalese. E sì, inutile nasconderlo: ho ceduto alla curiosità e ho cercato con gli occhi il fascio di luce.
L' ho visto spuntare, quasi a Pontenuovo -sono praticamente una talpa- e sinceramente mi ha emozionato. Sembrava, così ci siamo detti con Francesco, un tetto sotto cui cercare riparo.
L' ho visto affiancarsi a noi, e poi -bellissimo- intrecciarsi col Grande Ferro del Burri.


Capisco tuttavia perfettamente quei cittadini che polemizzano sui costi
Li comprendo perché viviamo tempi difficili, in cui ci sembra che ogni centesimo debba essere indirizzato ai servizi, o alla cura minuta della città. Non sono obiezioni peregrine, perché chi -come me- vive da semplice cittadino le difficoltà, che sono le stesse di ogni media città, è portato naturalmente a vivere il qui ed ora.

Proviamo, però, ad alzare gli occhi al cielo, e a chiederci se non sarà bello, fra qualche anno, ricordare quando nel buio si faceva strada un raggio di luce, verde come la speranza, e forte come il passato che si intreccia col futuro.
Proviamo a chiederci se non sia giusto avere il coraggio, quando vorremmo vivere il qui ed ora, di sperimentare il Bello e la Speranza.


Non è il momento dell'ottimismo -riprendo le parole che Papa Francesco ha rivolto ai terremotati del Centro Italia- però è sempre il momento della Speranza.
Se riescono loro, a sperare, forse ce la faremo anche noi.
Questo non vuol dire smettere di chiedere e lottare per avere attenzione al qui ed ora. Non sarebbe giusto, e non saremmo noi.
Però, possiamo provare a pensare che le necessità dell' oggi non sono in conflitto col Bello, che per sua natura è oltre il tempo.

Ieri sera -per esempio- ho visto un film che parla della forza dei sogni, e di quanto questi siano l' antidoto ad una vita altrimenti piena di solitudine e emarginazione.
Mi piace pensare che chi è in grado di non smettere di sognare, pur fra mille difficoltà, e riesce ad aprire una porta all' immaginazione, affronta meglio il vivere quotidiano.

Ecco, uno spicchio di sogno concediamocelo: male non (ci) farà!

P.S. A qualcuno, questo progetto ha quantomeno stimolato la goliardia: il fotomontaggio del Sindaco versione Star Wars è davvero fantastico!

mercoledì 14 dicembre 2016

Premettendo...(Del Congresso Pd, prima del Congresso Pd)


http://www.vanninochiti.com/?p=17825


Non ho espresso analisi in questo stralcio di vita politica che ha seguito l'esito referendario.

Non l'ho fatto volutamente, perché credo ancora che siano le sedi ufficiali a dover accogliere le riflessioni dei dirigenti.

Tuttavia, alla vigilia -a quanto pare- dell' Assemblea che stabilirà l' avvio del percorso congressuale, alcune -per ora poche- cose, voglio dirle anch'io.

Non so che tipo di congresso andremo a svolgere.
Io penso che più e prima di un congresso veloce, serva un congresso vero.
Un momento di riflessione sincero, franco e profondo.
Che aiuti questo mio Partito a riscoprire più le ragioni dello stare insieme che quelle della divisione.

Un congresso che riparta dal referendum, per far tesoro del risultato, forte e chiaro, ma che non usi il referendum per tracciare un solco fra buoni e cattivi, amici e nemici, progressisti e conservatori.

Sarebbe bello riscoprire il gusto del discutere non solo sui nomi, ma anche sulle proposte, cosicché il nuovo (o confermato) Segretario sia davvero il Segretario che interpreta una posizione ampiamente condivisa.


Spero anche che la Sinistra si presenti unita a questo appuntamento, e che sia in grado di mettere da parte settarismi e personalismi.
Non lo dico perché la Sinistra è da sempre il campo nel quale mi riconosco (e io non sono mai settaria -anche se qualcuno, scherzando, me lo dice continuamente, quindi sono davvero interessata ad una discussione non pregiudizialmente chiusa).
Lo dico perché credo che una Sinistra forte dentro il Pd renderebbe più forte il Partito stesso, recuperando quella ferita (volevo scrivere vulnus, per impressionarvi, ma ferita rende di più) profonda che si è determinata fra il mio Partito e il suo (mio) Popolo.
Un Popolo eterogeneo,composto non più prevalentemente da operai o dipendenti pubblici e intellettuali, ma da giovani senza lavoro, partite iva, giovani (e meno giovani) precari...

Un Popolo che ha levato forte la sua voce. Un Popolo che nel 2014 aveva creduto in noi, e che da troppo tempo si è allontanato.

Non per populismo.
Ma per disperazione e solitudine.

E allora un campo ampio, unito, coeso, non contro Renzi, ma per le ragioni della Sinistra aiuterebbe lo stesso Segretario uscente ad alzare lo sguardo, a sfidare sui contenuti, a elaborare una proposta che tenga conto anche di quelle ragioni.

Per questo, da militante, da iscritta, da dirigente, chiedo una Sinistra unita, che non tema di fare la Sinistra senza essere "contro", ma "per".

Diversamente, nella diaspora della Sinistra, molti di noi, sceglieranno liberamente, ma forse con un po' di tristezza nel cuore e nella mente.

Per tutte queste ragioni, faccio mie le riflessioni del mio amico e Compagno Vannino Chiti -che trovate in link all' inizio di questo post- auspicando che chi è chiamato a decidere ascolti questa voce.
Che è anche la voce del loro (mio) Popolo.