https://www.ipsos.com/sites/default/files/ct/news/documents/2018-03/elezioni_politiche_2018_-_analisi_post-voto_ipsos-twig_0.pdf
Sono giorni ed ore complessi.
Momenti in cui ciascuno di noi prova a leggere ciò che il voto del 4 marzo ci consegna.
Leggo alcune prese di posizione che tentano perfino di piegare i risultati delle elezioni politiche a logiche locali, proponendo, sulla base di quel tentativo, improbabili approcci unitari con chi, lo scoro anno, ha contribuito a quella sconfitta.
Credo che il quadro che ci troviamo di fronte sia troppo difficile per consentire a chiunque di anteporre logiche correntizie o di parte ad una spietata analisi, che deve concentrarsi prima sul dato elettorale, e poi sulle ragioni che ci hanno condotto fin qui, ed infine -soltanto infine- sulle prospettive politiche.
Mi pare invece che alcuni scelgano la strada inversa.
Non ho apprezzato i toni di chi sta tentando, a vari livelli, prove muscolari, a volte "mettendo insieme le pere con le mele".
Questa è un' inversione del ragionamento logico che deriva dal fatto di aver visto nel Partito non il luogo del confronto, della composizione, della sintesi, ma il luogo della conquista, dell' affermazione di gruppi più o meno ristretti, e dell' emarginazione di altri.
E se un partito smarrisce il senso di comunità, ciò che lo tiene insieme possono essere solo o i reciproci interessi o le reciproche rivalità.
E non so quale delle due ipotesi sia la peggiore.
Allora, invece di ardite ricostruzioni sui flussi elettorali, che conducono là dove si voleva arrivare, partiamo da ciò che c' è.
E il quadro che abbiamo davanti, paragonando l'unico dato paragonabile, ossia il voto del 4 marzo con quello del 2013, è il seguente (dati Ipsos).
Oltre il 20% degli elettori della coalizione Bersani 2013 ha deciso di astenersi.
Circa il 14% di quegli elettori del 2013 ha votato Movimento 5 Stelle, e solo il 7% ha votato Leu.
Quindi meno della metà degli elettori di area vota PD e solo poco più della metà torna a votare la coalizione.
Il Centro destra conferma invece praticamente tutti i suoi elettori, mutando solo, in quell' area, la composizione qualitativa del voto (sostanzialmente i voti passano da Forza Italia alla Lega).
Solo l' 8% degli ex elettori del Centro destra passa al Movimento 5 Stelle, che cede pochissimo ad astensionismo e Lega, attraendo, oltre che elettori del Centrosinistra -di cui ho già detto- il 13% degli elettori centristi e il 20% degli elettori di piccole liste.
L' analisi sociale del voto è ancora più drammatica.
Restano al PD, solo gli elettori più anziani.
La lista Bonino ottiene buoni risultati tra studenti, laureati, ceti elevati e ceti medi.
La Lega tende a diventare un partito trasversale, acquisendo il voto tradizionalmente forzista (soprattutto quello delle casalinghe), e soprattutto il voto degli operai (ha ragione la Camusso, quando dice che l' operaio della Cgil vota Lega).
Il Partito più trasversale è però il Movimento 5 Stelle, che non ha particolari blocchi sociali di riferimento, se non -udite, udite- i dipendenti pubblici, prima punto di riferimento del PD.
Volendo semplificare, gli operai ci hanno abbandonato per la Lega, i dipendenti pubblici per il Movimento Cinque Stelle.
Questo il quadro.
Un quadro che non consente di dire semplicemente che il Movimento 5 Stelle è il partito dei disperati e degli emarginati (che semmai si rifugiano nella Lega).
Invece, è il partito votato dal ceto medio riflessivo.
Tutti coloro (me compresa) che si sono cullati nella semplificazione secondo cui l' uso criminale del reddito di cittadinanza come grimaldello per attrarre gli emarginati è la ragione principale del successo pentastellato, dunque, sbagliano.
C' è quell' elemento -e bisogna combattere con tutte le nostre forze l' impianto culturale di quella falsa promessa- ma non è il solo, e non è il più forte, stando all' analisi sociale del voto.
Allora, credo, la sfida sta tutta qui.
Il Partito Democratico può tornare a parlare a quel ceto medio, recuperando lo spirito originario su cui si è formato.
Abbandonando le prove muscolari, il potere per il potere, l' autoconservazione.
Abbiamo bisogno di tornare a parlare con quel ceto medio, e con l' operaio.
Ricostruendo, finalmente, un campo largo di forze del Centrosinistra, dando di nuovo casa ad un popolo che abbiamo costretto a votare perfino la Lega.
Bene allora le dimissioni del Segretario, ma non può essere il solo.
E il problema non si può risolvere neppure nei e con i gruppi dirigenti.
Bisogna alzare ed allungare lo sguardo, fuori dalle correnti, e "persino" tornando a parlare (invero, io non ho mai smesso) con i compagni di Leu, che abbiamo accusato (invero, io no) delle peggiori colpe.
Ed invece, è grazie a loro e al fatto di non avere in coalizione forze non chiaramente riconducibili alla sinistra, che Zingaretti ha riconquistato il Lazio.
E quindi ben vengano gli "autoconvocati" dell' iniziativa di oggi a Pisa, che si collocano fuori da ogni corrente, e che lavorano, come lavoreremo domenica a Roma all' iniziativa di Sinistradem, per rigenerare la Sinistra.
Chissà che non ci si riesca davvero...
sabato 10 marzo 2018
martedì 6 marzo 2018
L' obbedienza non è più una virtù
Indegnamente, prendo a prestito il titolo che Don Milani scelse per uno dei suoi scritti più conosciuti, mai sufficientemente approfonditi.
Lo faccio, perché si addice molto al sentimento e alle riflessioni che mi attraversano mente e cuore in queste ore.
La sensazione che sia necessario -che anzi, sia eticamente dovuto- uscire dagli schemi e dai recinti che alcuni di noi, per un malinteso senso di responsabilità a volte sconfinante nell' autocensura hanno costruito attorno a se stessi. Mi riferisco non tanto a chi l' ha fatto per opportunismo,mancanza di coraggio (che tanto, "chi non ce l'ha non se lo può dare"), congenita doppiezza e via e via.
Mi riferisco ai tanti che, formatisi e cresciuti nell' idea della collettività, del vincolo di maggioranza, del "Partito", hanno per anni avvertito chiunque che l' emorragia di voti, il distacco dai nostri blocchi sociali di riferimento (gli insegnanti, i lavoratori, il Sindacato...) avrebbero portato ad un disastro in termini prima politici e poi elettorali.
Come Cassandra, tutte queste persone -o molte di loro- si sono autoemarginate, hanno gridato in silenzio, vedendo quanto accadeva, consapevoli che non sarebbero stati ascoltati.
Non è bello, né facile, decidere di non scendere da una macchina che si percepisce lanciata a tutta velocità contro un muro, mentre urlano"fuori, fuori", a te e a quelli come te.
Mentre vedi scendere Compagni che rispetti, apprezzi, a cui vuoi bene.
Eppure siamo rimasti a bordo.
Ecco, ora credo che, come dice Don Milani, sia nostro preciso dovere mettere in campo una sana "disobbedienza civile".
Assumersi una responsabilità.
Assumersi LA responsabilità.
Tornare ad essere più uguali a se stessi.
E soprattutto più uguali a chi la nostra storia politica, i documenti fondativi del Pd, la nostra sensibilità ci dicono che dovremmo e avremmo dovuto dare risposte.
Ora basta!
Basta tatticismi.
Basta silenzi che da responsabili rischiano di diventare complici.
Le analisi sul voto, che tutti noi stiamo -collettivamente o individualmente- svolgendo troveranno altri spazi ed altri tempi.
Ma non è necessario essere fini analisti per dire che il risultato del Centrosinistra (eppure con Lorenzin e Casini dentro mi sembra stonata persino questa parola) e Sinistra (a me il 3,3% di Leu ha straziato il cuore non meno del 19% del Pd, e fatevene una ragione) sono un disastro.
Un disastro perché il nostro popolo si è ritrovato a votare Movimento Cinque Stelle e perfino Lega.
Fa sanguinare le orecchie o gli occhi, ascoltarlo o leggerlo, ma è così.
E la colpa è nostra.
Non di tutti (come qualcuno con un rasoio di Occam un po' troppo deciso fra le mie conoscenze ha detto) e non con le stesse tonalità, ma di sicuro è colpa nostra.
E allora?
E allora è troppo facile, come ha fatto ieri il mio segretario, pensare di assolvere il proprio compito dicendo semplicemente che abbiamo perso nettamente.
Ed è irresponsabile contemporaneamente lanciare il congresso (congresso? diciamo primarie) e rimandare sine die il momento delle proprie dimissioni.
Ho apprezzato il gesto del mio segretario provinciale, come ho apprezzato il gesto di Debora Serracchiani.
Perché -hanno ragione Cuperlo, Zanda, Finocchiaro, Orlando- le dimissioni si danno, non si annunciano.
Perché non si cercano responsabili nel Presidente della Repubblica ("dovevamo votare nel 2017", come se, fra l' altro, un anno di Gentiloni fosse stata una sciagura -e secondo me senza il Governo Gentiloni avremmo avuto un risultato anche peggiore), né ci si dimette autonominandosi garanti di e in una fase così complessa.
Abbiamo fatto La Buona Scuola, il Jobs Act, abbiamo rotto con i corpi intermedi (a partire da quei gufi della Cgil), non abbiamo fatto la legge sullo Ius Soli, sempre guardando al centro, nell' illusione che al centro si vincesse.
Nonostante, pervicacemente, i numeri (che "hanno la testa dura") ci dicessero di fermarci, di pensare un attimo, almeno di interrogarci.
Certo, abbiamo approvato il testamento biologico e un abbozzo (seppur timido) di unioni civili.
Ma se non tieni insieme diritti sociali e diritti civili, in un tempo difficile come quello attuale, è tutto inutile.
Il disegno è troppo incompleto.
Se le nostre città sono insicure perché non parliamo di riqualificazione urbana ed ambiente, se lasciamo i sindaci soli a fronteggiare l' urgenza dell' accoglienza, se precarietà è ancora la parola d'ordine per giovani e meno giovani, come pensiamo di parlare a un popolo che è sfinito?
Se raccontiamo un Paese che esiste solo in parte, ed intanto con la politica dei bonus a pioggia facciamo parti uguali fra disuguali (tanto per citare ancora Don Milani) perdiamo la nostra identità politica, financo la nostra ragion d'essere, tradiamo i nostri documenti fondativi, e lasciamo i cittadini (che sono cittadini prima di essere elettori) alla mercé di uomini forti o soluzioni semplici.
E allora?
Allora dimettersi (magari non sine die) è importante, necessario e dignitoso, ma ancor più necessario è "rigenerare il Centrosinistra", come ha avuto a dire l' unico che ci ha portato in dote una vittoria:Nicola Zingaretti (si, quello che ha vinto con LeU e senza la Lorenzin).
Allora torniamo a disobbedire, a studiare, ad organizzarci -qui c'è Gramsci- per dare nuova dignità a quel popolo che abbiamo abbandonato e tradito.
Scriviamo un nuovo Patto.
Apriamo una Costituente.
Ovunque, a partire dai territori.
E se ci chiudono le stanze, o come ha detto Giannini, ci sequestrano la sala delle riunioni, noi apriamo la nostra Sala della Pallacorda.
E stringiamo un nuovo Patto.
Con noi stessi, con il nostro popolo, con chi (per ragioni politiche, non personali) se n'è andato.
Fuori dalle opacità, una nuova Costituente.
Lo faccio, perché si addice molto al sentimento e alle riflessioni che mi attraversano mente e cuore in queste ore.
La sensazione che sia necessario -che anzi, sia eticamente dovuto- uscire dagli schemi e dai recinti che alcuni di noi, per un malinteso senso di responsabilità a volte sconfinante nell' autocensura hanno costruito attorno a se stessi. Mi riferisco non tanto a chi l' ha fatto per opportunismo,mancanza di coraggio (che tanto, "chi non ce l'ha non se lo può dare"), congenita doppiezza e via e via.
Mi riferisco ai tanti che, formatisi e cresciuti nell' idea della collettività, del vincolo di maggioranza, del "Partito", hanno per anni avvertito chiunque che l' emorragia di voti, il distacco dai nostri blocchi sociali di riferimento (gli insegnanti, i lavoratori, il Sindacato...) avrebbero portato ad un disastro in termini prima politici e poi elettorali.
Come Cassandra, tutte queste persone -o molte di loro- si sono autoemarginate, hanno gridato in silenzio, vedendo quanto accadeva, consapevoli che non sarebbero stati ascoltati.
Non è bello, né facile, decidere di non scendere da una macchina che si percepisce lanciata a tutta velocità contro un muro, mentre urlano"fuori, fuori", a te e a quelli come te.
Mentre vedi scendere Compagni che rispetti, apprezzi, a cui vuoi bene.
Eppure siamo rimasti a bordo.
Ecco, ora credo che, come dice Don Milani, sia nostro preciso dovere mettere in campo una sana "disobbedienza civile".
Assumersi una responsabilità.
Assumersi LA responsabilità.
Tornare ad essere più uguali a se stessi.
E soprattutto più uguali a chi la nostra storia politica, i documenti fondativi del Pd, la nostra sensibilità ci dicono che dovremmo e avremmo dovuto dare risposte.
Ora basta!
Basta tatticismi.
Basta silenzi che da responsabili rischiano di diventare complici.
Le analisi sul voto, che tutti noi stiamo -collettivamente o individualmente- svolgendo troveranno altri spazi ed altri tempi.
Ma non è necessario essere fini analisti per dire che il risultato del Centrosinistra (eppure con Lorenzin e Casini dentro mi sembra stonata persino questa parola) e Sinistra (a me il 3,3% di Leu ha straziato il cuore non meno del 19% del Pd, e fatevene una ragione) sono un disastro.
Un disastro perché il nostro popolo si è ritrovato a votare Movimento Cinque Stelle e perfino Lega.
Fa sanguinare le orecchie o gli occhi, ascoltarlo o leggerlo, ma è così.
E la colpa è nostra.
Non di tutti (come qualcuno con un rasoio di Occam un po' troppo deciso fra le mie conoscenze ha detto) e non con le stesse tonalità, ma di sicuro è colpa nostra.
E allora?
E allora è troppo facile, come ha fatto ieri il mio segretario, pensare di assolvere il proprio compito dicendo semplicemente che abbiamo perso nettamente.
Ed è irresponsabile contemporaneamente lanciare il congresso (congresso? diciamo primarie) e rimandare sine die il momento delle proprie dimissioni.
Ho apprezzato il gesto del mio segretario provinciale, come ho apprezzato il gesto di Debora Serracchiani.
Perché -hanno ragione Cuperlo, Zanda, Finocchiaro, Orlando- le dimissioni si danno, non si annunciano.
Perché non si cercano responsabili nel Presidente della Repubblica ("dovevamo votare nel 2017", come se, fra l' altro, un anno di Gentiloni fosse stata una sciagura -e secondo me senza il Governo Gentiloni avremmo avuto un risultato anche peggiore), né ci si dimette autonominandosi garanti di e in una fase così complessa.
Abbiamo fatto La Buona Scuola, il Jobs Act, abbiamo rotto con i corpi intermedi (a partire da quei gufi della Cgil), non abbiamo fatto la legge sullo Ius Soli, sempre guardando al centro, nell' illusione che al centro si vincesse.
Nonostante, pervicacemente, i numeri (che "hanno la testa dura") ci dicessero di fermarci, di pensare un attimo, almeno di interrogarci.
Certo, abbiamo approvato il testamento biologico e un abbozzo (seppur timido) di unioni civili.
Ma se non tieni insieme diritti sociali e diritti civili, in un tempo difficile come quello attuale, è tutto inutile.
Il disegno è troppo incompleto.
Se le nostre città sono insicure perché non parliamo di riqualificazione urbana ed ambiente, se lasciamo i sindaci soli a fronteggiare l' urgenza dell' accoglienza, se precarietà è ancora la parola d'ordine per giovani e meno giovani, come pensiamo di parlare a un popolo che è sfinito?
Se raccontiamo un Paese che esiste solo in parte, ed intanto con la politica dei bonus a pioggia facciamo parti uguali fra disuguali (tanto per citare ancora Don Milani) perdiamo la nostra identità politica, financo la nostra ragion d'essere, tradiamo i nostri documenti fondativi, e lasciamo i cittadini (che sono cittadini prima di essere elettori) alla mercé di uomini forti o soluzioni semplici.
E allora?
Allora dimettersi (magari non sine die) è importante, necessario e dignitoso, ma ancor più necessario è "rigenerare il Centrosinistra", come ha avuto a dire l' unico che ci ha portato in dote una vittoria:Nicola Zingaretti (si, quello che ha vinto con LeU e senza la Lorenzin).
Allora torniamo a disobbedire, a studiare, ad organizzarci -qui c'è Gramsci- per dare nuova dignità a quel popolo che abbiamo abbandonato e tradito.
Scriviamo un nuovo Patto.
Apriamo una Costituente.
Ovunque, a partire dai territori.
E se ci chiudono le stanze, o come ha detto Giannini, ci sequestrano la sala delle riunioni, noi apriamo la nostra Sala della Pallacorda.
E stringiamo un nuovo Patto.
Con noi stessi, con il nostro popolo, con chi (per ragioni politiche, non personali) se n'è andato.
Fuori dalle opacità, una nuova Costituente.
giovedì 24 agosto 2017
Contro la marea di minacce e divisione non si può essere timidi. Soprattutto quando si giverna una comunità.
A Pistoia sta accadendo qualcosa di molto grave.
Comunque la si pensi su immigrazione, accoglienza, e ruolo della religione, siamo di fronte ad una sequenza di fatti che vanno oltre la destra e la sinistra, e che stanno mettendo a rischio la tenuta democratica della nostra comunità.
Forse chi non è pistoiese non può comprendere la gravità di quanto sta avvenendo, perché il clima di odio, minaccia e violenza che sta dilagando non è diverso da quello che attraversa il nostro Paese.
Ma questa città, la nostra città, pensavo avesse anticorpi democratici più forti.
Pensavo avesse una capacità di coesione sociale molto più forte.
Dallo scorso fine settimana, l' argine si è rotto.
E le offese ad un prete che accoglie diversi profughi e diverse persone non straniere (ma a che giova questa distinzione, oggi, in un mondo sempre più piccolo, e soprattutto per chi compie una missione evangelica?) sono diventate una marea sempre più invasiva.
Una marea che fra stanotte ed oggi ha raggiunto il suo apice, prima con lo striscione davanti al SeminarioVescovile, contro l' accoglienza, e poi con il comunicato di Forza Nuova, delirante nei toni (vigileremo sulla "cattolicità" di Biancalani, domenica alla messa) e pericoloso nell' obiettivo, che è evidentemente quello di gettare benzina sul fuoco.
In tutto questo, fragile, fragilissima, e inesistente nelle ultime ore -proprio quando la marea più si alzava- ho sentito la voce del Sindaco.
Il Sindaco, che io conosco personalmente, e che non ho mai attaccato frontalmente, perché non voglio in alcun modo essere tacciata di strumentalità, non può continuare a tacere.
Non più.
Non ora.
Dopo un comunicato assai blando -certo più apprezzabile delle invettive o dei silenzi di molti dei suoi sostenitori- è seguito il silenzio.
Mentre Pistoia passa da Capitale della Cultura a capitale dell' odio razziale, mentre la marea delle invettive sfocia nelle minacce di Forza Nuova e nello striscione provocatorio di CasaPound, il nostro Sindaco -che è il punto di riferimento di tutta la comunità civile pistoiese- intende continuare a tacere?
Dobbiamo pensare che vada bene così?
Abbiamo passato la campagna elettorale a sentirci dire che il fascismo era finito e che dovevamo guardare avanti.
Oggi abbiamo la prova che toni fascisti e squadristi non sono passati.
Sono qui.
Oggi più forti di ieri.
E chiedo, da cittadina, una parola chiara al mio Sindaco: va davvero bene così?
Va bene una comunità divisa, toni violenti, un prete che deve essere sorvegliato mentre dice la messa?
No.
Non va bene.
E destra e sinistra non c' entrano nulla.
Si sceglie fra fascismo e democrazia.
Fra politica e minaccia.
E come questo Sindaco è stato democraticamente eletto, pretendo che tuteli la democrazia di questa nostra comunità.
Perché non c'è democrazia se ci sono minaccia e violenza.
Comunque la si pensi su immigrazione, accoglienza, e ruolo della religione, siamo di fronte ad una sequenza di fatti che vanno oltre la destra e la sinistra, e che stanno mettendo a rischio la tenuta democratica della nostra comunità.
Forse chi non è pistoiese non può comprendere la gravità di quanto sta avvenendo, perché il clima di odio, minaccia e violenza che sta dilagando non è diverso da quello che attraversa il nostro Paese.
Ma questa città, la nostra città, pensavo avesse anticorpi democratici più forti.
Pensavo avesse una capacità di coesione sociale molto più forte.
Dallo scorso fine settimana, l' argine si è rotto.
E le offese ad un prete che accoglie diversi profughi e diverse persone non straniere (ma a che giova questa distinzione, oggi, in un mondo sempre più piccolo, e soprattutto per chi compie una missione evangelica?) sono diventate una marea sempre più invasiva.
Una marea che fra stanotte ed oggi ha raggiunto il suo apice, prima con lo striscione davanti al SeminarioVescovile, contro l' accoglienza, e poi con il comunicato di Forza Nuova, delirante nei toni (vigileremo sulla "cattolicità" di Biancalani, domenica alla messa) e pericoloso nell' obiettivo, che è evidentemente quello di gettare benzina sul fuoco.
In tutto questo, fragile, fragilissima, e inesistente nelle ultime ore -proprio quando la marea più si alzava- ho sentito la voce del Sindaco.
Il Sindaco, che io conosco personalmente, e che non ho mai attaccato frontalmente, perché non voglio in alcun modo essere tacciata di strumentalità, non può continuare a tacere.
Non più.
Non ora.
Dopo un comunicato assai blando -certo più apprezzabile delle invettive o dei silenzi di molti dei suoi sostenitori- è seguito il silenzio.
Mentre Pistoia passa da Capitale della Cultura a capitale dell' odio razziale, mentre la marea delle invettive sfocia nelle minacce di Forza Nuova e nello striscione provocatorio di CasaPound, il nostro Sindaco -che è il punto di riferimento di tutta la comunità civile pistoiese- intende continuare a tacere?
Dobbiamo pensare che vada bene così?
Abbiamo passato la campagna elettorale a sentirci dire che il fascismo era finito e che dovevamo guardare avanti.
Oggi abbiamo la prova che toni fascisti e squadristi non sono passati.
Sono qui.
Oggi più forti di ieri.
E chiedo, da cittadina, una parola chiara al mio Sindaco: va davvero bene così?
Va bene una comunità divisa, toni violenti, un prete che deve essere sorvegliato mentre dice la messa?
No.
Non va bene.
E destra e sinistra non c' entrano nulla.
Si sceglie fra fascismo e democrazia.
Fra politica e minaccia.
E come questo Sindaco è stato democraticamente eletto, pretendo che tuteli la democrazia di questa nostra comunità.
Perché non c'è democrazia se ci sono minaccia e violenza.
giovedì 3 agosto 2017
Le stragi nel Paese che ricorda, senza memoria
Il nostro è un Paese strano.
È un Paese abituato a celebrare il ricordo, ma con la memoria corta.
Che vuol dire non dimenticare (Falcone, Borsellino, Moro, le stragi), ma relegare in una teca quel momento in cui non si dimentica, farne celebrazione -magari anche sentita- ma che dura lo spazio di un giorno, forse due.
Senza fare opera di approfondimento, senza interrogarsi su come i fatti siano avvenuti, sul perché siano accaduti, e sul perché spesso conosciamo gli esecutori materiali e assai raramente chi ha ideato e costruito queste morti, che siano individuali o stragi che hanno causato decine e decine di vittime.
Ieri abbiamo ricordato la strage di Bologna, e nessuna rete televisiva generalista mi pare abbia dedicato spazio ai fatti che convolsero la civilissima Bologna e scossero tutto il Paese.
Quanto ne sanno i giovani?
Non hanno diritto, i nostri ragazzi, di sapere perché quell'orologio è fermo alle 10.25?
Perché questa sorta di rimozione collettiva, che sembra quasi aver trascinato dietro una nebbia opaca le vittime, le loro storie, e il dramma di una città il cui tratto distintivo è da sempre il civismo?
Ho pensato molto, in questi giorni, a quei fatti.
Ci ho pensato senza avere la competenza dello storico, ma solo la conoscenza che la mia generazione e quelle precedenti hanno dello stragismo.
Come ha avuto a dire qualcuno, il tempo si è fermato agli esecutori.
E questo non è normale.
Non siamo normali noi, che ci accontentiamo dei nomi di Mambro e Fioravanti, e che narriamo semplicemente, quasi fosse un fatto ineluttabile, del ruolo che P2, mafia e servizi segreti deviati ebbero nel depistare, cancellare, proteggere.
Forse perché prendo il treno ogni giorno, forse perché come molti di noi conosco persone che si sono salvate per un caso, per il destino o per chissà cosa (Toscana e Emilia hanno solo quel crinale che più che dividerle, per tante ragioni, le unisce) per me la strage di Bologna ha una portata emotiva fortissima.
Ma non basta.
Non è solo con l' emotività, che questo Paese può andare avanti.
Perché è l' emotività che trasforma la memoria in ricordo, e così facendo degrada gli eventi da fatto collettivo a fatto individuale.
E da qui all' addormentamento della mente il passo è breve.
Ci emozioniamo per un giorno, massimo due, e ci dimentichiamo di fare le domande che dovremmo fare.
Non così i parenti delle vittime.
Che sanno bene, quali sono le domande giuste.
Quelle senza risposta.
I parenti delle vittime, che con la loro dignità, in un Paese che quando va bene protesta, ma quasi mai si indigna, due anni fa ebbero a fischiare i politici.
Così come fecero i parenti delle vittime delle stragi di Capaci e di Via D'Amelio durante i funerali.
La politica che ha dovuto inchinarsi di fronte a quegli occhi che non si accontentano di sapere chi mise la bomba e la fece esplodere.
La politica che ha giocato con il dolore, quando a più riprese ha dichiarato che avrebbe detto basta al segreto sugli atti (a più riprese vuol dire non solo due anni fa, ma anche durante il governo dell' Ulivo) e invece niente è accaduto.
Tutti sappiamo, ma nessuno sa davvero.
Tutti ricordiamo, ma sono in pochi a fare memoria.
È questa l' opacità a cui facevo riferimento commentando la strage di Via D' Amelio alcuni giorni fa.
Siamo tutti talmente immersi in questa opacità, che capita spesso, commentando le stragi, di sussurrare:"Eh, i servizi segreti deviati, la massoneria (confondendo fra l' altro P2 e massoneria), la mafia...".
Però poi siamo noi che abbiamo avuto Presidenti della Repubblica, Presidenti del Consiglio e importanti esponenti politici i cui legami con questi mondi sono emersi persino in maniera ufficiale -in taluni casi persino come verità processuali.
Ed altrettanti politici uccisi o emarginati da quelle stesse forze (perché per fortuna la politica ha anche tanti esempi positivi).
Questo non sarà mai un Paese pacificato.
Non lo sarà, almeno, fin quando non accetteremo una verità scomoda:lo stragismo, sopratutto quello nero, è stato usato per tenere sotto scacco gli italiani, e inchiodarli alla conservazione.
E dobbiamo riconoscere che per decine e decine di anni questa strategia ha funzionato.
Finché non è arrivata Mani Pulite.
Anche -probabilmente- per quell' ondata emotiva che travolse il Paese dopo le morti di Falcone, Borsellino e delle loro scorte.
E ci salvò il civismo.
E ci salvarono i giovani.
Quello stesso civismo e quegli stessi giovani che ci salvarono dalle Brigate Rosse, quando fu colpito Guido Rossa.
Come racconta bene Giancarlo Caselli nel suo libro di alcuni anni fa, "Le due guerre".
Ma questa è un' altra storia.
O forse no.
È un Paese abituato a celebrare il ricordo, ma con la memoria corta.
Che vuol dire non dimenticare (Falcone, Borsellino, Moro, le stragi), ma relegare in una teca quel momento in cui non si dimentica, farne celebrazione -magari anche sentita- ma che dura lo spazio di un giorno, forse due.
Senza fare opera di approfondimento, senza interrogarsi su come i fatti siano avvenuti, sul perché siano accaduti, e sul perché spesso conosciamo gli esecutori materiali e assai raramente chi ha ideato e costruito queste morti, che siano individuali o stragi che hanno causato decine e decine di vittime.
Ieri abbiamo ricordato la strage di Bologna, e nessuna rete televisiva generalista mi pare abbia dedicato spazio ai fatti che convolsero la civilissima Bologna e scossero tutto il Paese.
Quanto ne sanno i giovani?
Non hanno diritto, i nostri ragazzi, di sapere perché quell'orologio è fermo alle 10.25?
Perché questa sorta di rimozione collettiva, che sembra quasi aver trascinato dietro una nebbia opaca le vittime, le loro storie, e il dramma di una città il cui tratto distintivo è da sempre il civismo?
Ho pensato molto, in questi giorni, a quei fatti.
Ci ho pensato senza avere la competenza dello storico, ma solo la conoscenza che la mia generazione e quelle precedenti hanno dello stragismo.
Come ha avuto a dire qualcuno, il tempo si è fermato agli esecutori.
E questo non è normale.
Non siamo normali noi, che ci accontentiamo dei nomi di Mambro e Fioravanti, e che narriamo semplicemente, quasi fosse un fatto ineluttabile, del ruolo che P2, mafia e servizi segreti deviati ebbero nel depistare, cancellare, proteggere.
Forse perché prendo il treno ogni giorno, forse perché come molti di noi conosco persone che si sono salvate per un caso, per il destino o per chissà cosa (Toscana e Emilia hanno solo quel crinale che più che dividerle, per tante ragioni, le unisce) per me la strage di Bologna ha una portata emotiva fortissima.
Ma non basta.
Non è solo con l' emotività, che questo Paese può andare avanti.
Perché è l' emotività che trasforma la memoria in ricordo, e così facendo degrada gli eventi da fatto collettivo a fatto individuale.
E da qui all' addormentamento della mente il passo è breve.
Ci emozioniamo per un giorno, massimo due, e ci dimentichiamo di fare le domande che dovremmo fare.
Non così i parenti delle vittime.
Che sanno bene, quali sono le domande giuste.
Quelle senza risposta.
I parenti delle vittime, che con la loro dignità, in un Paese che quando va bene protesta, ma quasi mai si indigna, due anni fa ebbero a fischiare i politici.
Così come fecero i parenti delle vittime delle stragi di Capaci e di Via D'Amelio durante i funerali.
La politica che ha dovuto inchinarsi di fronte a quegli occhi che non si accontentano di sapere chi mise la bomba e la fece esplodere.
La politica che ha giocato con il dolore, quando a più riprese ha dichiarato che avrebbe detto basta al segreto sugli atti (a più riprese vuol dire non solo due anni fa, ma anche durante il governo dell' Ulivo) e invece niente è accaduto.
Tutti sappiamo, ma nessuno sa davvero.
Tutti ricordiamo, ma sono in pochi a fare memoria.
È questa l' opacità a cui facevo riferimento commentando la strage di Via D' Amelio alcuni giorni fa.
Siamo tutti talmente immersi in questa opacità, che capita spesso, commentando le stragi, di sussurrare:"Eh, i servizi segreti deviati, la massoneria (confondendo fra l' altro P2 e massoneria), la mafia...".
Però poi siamo noi che abbiamo avuto Presidenti della Repubblica, Presidenti del Consiglio e importanti esponenti politici i cui legami con questi mondi sono emersi persino in maniera ufficiale -in taluni casi persino come verità processuali.
Ed altrettanti politici uccisi o emarginati da quelle stesse forze (perché per fortuna la politica ha anche tanti esempi positivi).
Questo non sarà mai un Paese pacificato.
Non lo sarà, almeno, fin quando non accetteremo una verità scomoda:lo stragismo, sopratutto quello nero, è stato usato per tenere sotto scacco gli italiani, e inchiodarli alla conservazione.
E dobbiamo riconoscere che per decine e decine di anni questa strategia ha funzionato.
Finché non è arrivata Mani Pulite.
Anche -probabilmente- per quell' ondata emotiva che travolse il Paese dopo le morti di Falcone, Borsellino e delle loro scorte.
E ci salvò il civismo.
E ci salvarono i giovani.
Quello stesso civismo e quegli stessi giovani che ci salvarono dalle Brigate Rosse, quando fu colpito Guido Rossa.
Come racconta bene Giancarlo Caselli nel suo libro di alcuni anni fa, "Le due guerre".
Ma questa è un' altra storia.
O forse no.
martedì 13 giugno 2017
Di destra e sinistra. E del perché sosterrò con ancora più determinazione Samuele Bertinelli
Ha creato molti consensi e un po' di scandalo un mio post su fb relativo alla scelta che i pistoiesi dovranno compiere il 25 giugno:la scelta fra destra e sinistra.
Perché di questo si tratta, oserei dire finalmente.
Una contrapposizione chiara.
Questo post ha destato un po' di "scandalo" a mio avviso per varie ragioni.
Intanto perché abbiamo perso dimestichezza con l' uso delle parole dal contenuto chiaro:nella società della liquidità, tutto tende ad essere edulcorato, come se tutto fosse interscambiabile, fungibile.
E poi perché nel tempo dell' approssimazione, si tende a bollare come ideologico ciò che semplicemente rappresenta un' idea.
Allora, quando chiedo ai pistoiesi di scegliere fra la destra di Tomasi e la sinistra di Bertinelli, chiedo in realtà di aderire ad un' idea, ad un sistema valoriale, che è -vivaddio- diverso.
Non nei valori individuali (onestà, integrità, solidarietà e via, via), che caratterizzano i due candidati, entrambe persone per bene -ed io fra l' altro ho lavorato anche bene con Alessandro quando ero Assessore.
Ma l' idea di città che Samuele e Alessandro rappresentano è necessariamente diversa.
E questa diversità discende dalla loro cultura politica.
E chi sostiene Alessandro, così come chi sostiene Samuele, deve e può rivendicare questa diversità.
Non dobbiamo averne paura.
In un tempo liquido, i cittadini hanno diritto a qualche punto di riferimento, e noi dobbiamo darglielo.
Ecco i miei.
Sostengo Samuele perché risanare il bilancio -o meglio, ridurre sensibilmente il debito consolidato di circa 36 milioni di euro, e portare da -10.000.000 a +613.000 euro la parte corrente- è stata una scelta di responsabilità e rigore. E oggi c'è bisogno dell' una e dell' altro.
Sostengo Samuele perché ha aumentato di 800.000 euro la spesa per il sociale, e ha continuato a investire in cultura più del doppio della media nazionale. Perché Samuele pensa che del welfare debba farsene carico il pubblico, semmai in un rapporto con il privato, e che la cultura sia centrale. Samuele non pensa che "con la cultura non si mangia" (e questo lo disse un politico di destra).
Sostengo Samuele perché ha fatto di accoglienza e integrazione un modello non a parole, ma coi fatti.
Facendo di Pistoia la quarta città per capacità di integrazione. E ha fatto dell' integrazione un modello di sviluppo, perché questo riconoscimento ci ha portato 200.000 euro di contributi ministeriali, che sono stati reinvestiti nelle politiche sociali per i pistoiesi.
Sostengo Samuele perché non pensa che ambiente e sviluppo siano in contrasto, e pensa che pedonalizzare le piazze del centro storico aiuti la città, e non ostacoli il commercio. E ha ridotto di un ettaro all' anno il consumo di suolo, restituendolo alla collettività. E anche questo ha a che fare con la sua cultura politica.
Sostengo Samuele perché la mobilità sostenibile non deve essere solo tema da salotto radical chic, ma va praticata e messa in atto con provvedimenti concreti. E l' ha fatto, assieme al consiglio comunale. Con un piano innovativo, che fa scelte chiare.
Sostengo Samuele perché sa dire "Ho sbagliato". In politica non è facile, e non è facile dirlo a Pistoia, dove la vis polemica è spesso fin troppo sopra le righe. Questo, sì, non c' entra niente con destra e sinistra.
Sostengo Samuele perché conosce Pistoia a fondo, e non da ora. Conosce ogni vicolo, ogni via, ogni frazione. E la città voglio affidarla a chi la conosce bene, per averla amministrata per molti anni, e con ruoli diversi. E questo gli consente di avere una visione d' insieme.
Sostengo Samuele perché è sostenuto da una coalizione larga, di centrosinistra.
Mentre Alessandro è sostenuto da Lega Nord, Fratelli d'Italia, Forza Italia... Mi pare di capire Casa Pound...
E come cantava Cocciante... "Se stanno insieme ci sarà un perché..."
Perché di questo si tratta, oserei dire finalmente.
Una contrapposizione chiara.
Questo post ha destato un po' di "scandalo" a mio avviso per varie ragioni.
Intanto perché abbiamo perso dimestichezza con l' uso delle parole dal contenuto chiaro:nella società della liquidità, tutto tende ad essere edulcorato, come se tutto fosse interscambiabile, fungibile.
E poi perché nel tempo dell' approssimazione, si tende a bollare come ideologico ciò che semplicemente rappresenta un' idea.
Allora, quando chiedo ai pistoiesi di scegliere fra la destra di Tomasi e la sinistra di Bertinelli, chiedo in realtà di aderire ad un' idea, ad un sistema valoriale, che è -vivaddio- diverso.
Non nei valori individuali (onestà, integrità, solidarietà e via, via), che caratterizzano i due candidati, entrambe persone per bene -ed io fra l' altro ho lavorato anche bene con Alessandro quando ero Assessore.
Ma l' idea di città che Samuele e Alessandro rappresentano è necessariamente diversa.
E questa diversità discende dalla loro cultura politica.
E chi sostiene Alessandro, così come chi sostiene Samuele, deve e può rivendicare questa diversità.
Non dobbiamo averne paura.
In un tempo liquido, i cittadini hanno diritto a qualche punto di riferimento, e noi dobbiamo darglielo.
Ecco i miei.
Sostengo Samuele perché risanare il bilancio -o meglio, ridurre sensibilmente il debito consolidato di circa 36 milioni di euro, e portare da -10.000.000 a +613.000 euro la parte corrente- è stata una scelta di responsabilità e rigore. E oggi c'è bisogno dell' una e dell' altro.
Sostengo Samuele perché ha aumentato di 800.000 euro la spesa per il sociale, e ha continuato a investire in cultura più del doppio della media nazionale. Perché Samuele pensa che del welfare debba farsene carico il pubblico, semmai in un rapporto con il privato, e che la cultura sia centrale. Samuele non pensa che "con la cultura non si mangia" (e questo lo disse un politico di destra).
Sostengo Samuele perché ha fatto di accoglienza e integrazione un modello non a parole, ma coi fatti.
Facendo di Pistoia la quarta città per capacità di integrazione. E ha fatto dell' integrazione un modello di sviluppo, perché questo riconoscimento ci ha portato 200.000 euro di contributi ministeriali, che sono stati reinvestiti nelle politiche sociali per i pistoiesi.
Sostengo Samuele perché non pensa che ambiente e sviluppo siano in contrasto, e pensa che pedonalizzare le piazze del centro storico aiuti la città, e non ostacoli il commercio. E ha ridotto di un ettaro all' anno il consumo di suolo, restituendolo alla collettività. E anche questo ha a che fare con la sua cultura politica.
Sostengo Samuele perché la mobilità sostenibile non deve essere solo tema da salotto radical chic, ma va praticata e messa in atto con provvedimenti concreti. E l' ha fatto, assieme al consiglio comunale. Con un piano innovativo, che fa scelte chiare.
Sostengo Samuele perché sa dire "Ho sbagliato". In politica non è facile, e non è facile dirlo a Pistoia, dove la vis polemica è spesso fin troppo sopra le righe. Questo, sì, non c' entra niente con destra e sinistra.
Sostengo Samuele perché conosce Pistoia a fondo, e non da ora. Conosce ogni vicolo, ogni via, ogni frazione. E la città voglio affidarla a chi la conosce bene, per averla amministrata per molti anni, e con ruoli diversi. E questo gli consente di avere una visione d' insieme.
Sostengo Samuele perché è sostenuto da una coalizione larga, di centrosinistra.
Mentre Alessandro è sostenuto da Lega Nord, Fratelli d'Italia, Forza Italia... Mi pare di capire Casa Pound...
E come cantava Cocciante... "Se stanno insieme ci sarà un perché..."
mercoledì 7 giugno 2017
Appunti -neanche tanto sparsi- sulla cultura
Nella vita di ciascuno di noi ci sono esperienze che cambiano il modo di percepire ciò che ci sta intorno.
Il mio incontro con la Cultura pistoiese è stato così.
Intrecciare la mia vita con quella degli istituti culturali del mio territorio è stata un' esperienza unica, totalizzante.
Perché la cultura pistoiese è davvero una rete bellissima, composta di fili sottili eppure forti, come la seta.
Costruire legami con il mondo della cultura pistoiese è difficile e bellissimo al tempo stesso, e una volta costruiti sono legami che hanno le caratteristiche della nostra città: tenaci e immutabili.
Parto da qui per dire due cose sulle scelte che l' Amministrazione uscente ha compiuto, e che il programma del Centrosinistra conferma e rafforza.
Partiamo da una posizione "privilegiata":il riconoscimento di Pistoia Capitale Italiana della Cultura.
Per quella capacità tutta pistoiese che, come in una delle città ideali di Italo Calvino, riesce a rovesciare ogni cosa, si corre il rischio che lo storytelling in salsa cercerata (leggasi del piatto tipico mostrano, non di Santa Caterina in Brana) riduca questo bel punto di partenza in un match in cui qualcuno ci dice che "si vabbè la cultura, ma intanto le buche nelle strade..".
Allora, forse è il caso di ricordare che con la cultura non solo si mangia, ma addirittura la cultura è la "madia" (da leggere con l' accento sulla "a", per distinguere il mobile delle nonne dal ministro della pubblica amministrazione) in cui le nostre nonne conservavano non solo il lievito (ormai celeberrima la frase del nostro Sindaco sulla cultura come lievito della società) ma addirittura la pasta madre, che è anche più nobile del lievito.
Più densa di storia, e in grado di conservare, più a lungo del moderno lievito, il prodotto finito.
Gli istituti culturali pistoiesi, con cui ho stretto relazioni bellissime, che ho scoperto essere rimaste tali, anche al di là dei luoghi -è il caso del Moica e del Museo del Ricamo, nei cui luoghi ho avuto il privilegio di partecipare ad una visita del Sindaco- sono stati negli anni punto di riferimento essenziale per chi si è trovato ad amministrare.
E non sono molti i territori che possono dire di trovare nel sistema cultura un tale punto di riferimento, dato che spesso la cultura è la cenerentola della politica.
Non a Pistoia, dove si investe più del doppio della media nazionale, e dove si è continuato a farlo nonostante i tagli del governo centrale.
Non era scontato.
Veniamo da qui.
Io vengo da qui, la cultura sarà sempre parte di me, e Pistoia ce l' ha nel proprio DNA.
Ma ci sono ancora alcune scommesse da giocare e vincere.
La prima e più difficile:dobbiamo ancora creare IL sistema cultura, superando la frammentazione da cui siamo ancora affetti.
Su questo punto, devo dire che il riconoscimento di Pistoia Capitale ha già prodotto alcuni risultati, ma non basta.
La proposta del Centrosinistra è quella di proseguire nel cammino già iniziato, ed individuare nell' ATP il livello ottimale per la gestione di alcuni settori (spettacolo, musica, etc...).
A questa ne aggiungo una mia personale:individuare uno strumento, anche informatico, che consenta di coordinare la programmazione degli eventi e l' attività degli istituti culturali.
Dialogare significa anche tenere insieme aspetti diversi.
In questo senso, riprendendo il concetto immaginato da Claudio Rosati del "museo diffuso", la rigenerazione del Ceppo offre importanti occasioni, e diventa in un certo senso una porta di accesso immaginaria alla Città della Cultura, con spazi dedicati a Giovanni Michelucci, con il Museo dei ferri chirurgici, e così vicina al Polo dell' Arte Contemporanea, che vede il proprio luogo simbolo in Palazzo Fabroni.
Perché a Pistoia passato, presente e futuro dialogano:ecco perché La luna nel pozzo sta bene esattamente dove si trova ora:davanti al Fregio Robbiano (o cosiddetto Robbiano).
Interessante, parlando di sistema, è la proposta di rafforzare ancora il sistema delle biblioteche, cresciuto negli anni grazie alla sapiente guida della Biblioteca San Giorgio (ricordo che nei Piani Cultura avevamo sempre importanti riconoscimenti grazie al sistema delle biblioteche) stringendo legami con le biblioteche di quartiere.
Altro grande tema è quello del coinvolgimento dei cittadini nel sistema culturale:troppi sono i pistoiesi che ancora non si sentono parte di questa meravigliosa comunità culturale.
Le proposte del Centrosinistra, oltre a continuare ad investire sulle esperienze già fatte (da "I dialoghi sull' uomo" a "Leggere la città", a "Pistoia è la mia casa") sono in questo senso assolutamente in linea con il tema:si propone dunque di proseguire con i bandi rivolti alle associazioni del territorio, con un occhio di riguardo ai giovani artisti, e di far ricorso ai patti di collaborazione -il cui regolamento è stato approvato nel novembre del 2016 dal consiglio comunale- per far diventare patrimonio comune i luoghi della cultura.
Dalla San Giorgio, alla Biblioteca Febroniana, al Pantheon
Infine, cultura è anche consapevolezza delle proprie radici.
La nostra montagna è parte integrante di queste radici.
E la scelta di entrare nell' Ecomuseo ha esattamente questo significato.
Ecco, se dovessi scegliere un risultato che sento mio è stato quello di aver salvato l' Ecomuseo dallo tsunami che ha travolto la Provincia, grazie alla nascita Fondazione, affidata alle amorevoli cure di Manuela Geri.
Penso che sarebbe bello anche pensare di ritrovare in qualche modo l' esperienza del Centro di Documentazione, che tanto aveva lavorato sul Novecento Pistoiese, e rilanciare alcune esperienze come quella della Brigata del Leoncino.
Perché la Scuola Pistoiese, da Giuseppe Gavazzi in poi, è una delle esperienze più belle che ho incontrato.
Chiudo con una nota autobiografica.
Quando mi hanno gentilmente comunicato che la mia esperienza da amministratrice era conclusa, due sono stati i dolori più grandi:perdere Albachiara (che infatti è stata lasciata morire) e perdere gli amici che avevo incontrato sul mio cammino.
Il secondo era un timore infondato:quegli amici sono ancora lì, e mi hanno aiutato tanto.
Perché il cuore, la passione e il lavoro contano più di ogni altra cosa, e come ho già detto non li cancelli per decreto.
Il mio incontro con la Cultura pistoiese è stato così.
Intrecciare la mia vita con quella degli istituti culturali del mio territorio è stata un' esperienza unica, totalizzante.
Perché la cultura pistoiese è davvero una rete bellissima, composta di fili sottili eppure forti, come la seta.
Costruire legami con il mondo della cultura pistoiese è difficile e bellissimo al tempo stesso, e una volta costruiti sono legami che hanno le caratteristiche della nostra città: tenaci e immutabili.
Parto da qui per dire due cose sulle scelte che l' Amministrazione uscente ha compiuto, e che il programma del Centrosinistra conferma e rafforza.
Partiamo da una posizione "privilegiata":il riconoscimento di Pistoia Capitale Italiana della Cultura.
Per quella capacità tutta pistoiese che, come in una delle città ideali di Italo Calvino, riesce a rovesciare ogni cosa, si corre il rischio che lo storytelling in salsa cercerata (leggasi del piatto tipico mostrano, non di Santa Caterina in Brana) riduca questo bel punto di partenza in un match in cui qualcuno ci dice che "si vabbè la cultura, ma intanto le buche nelle strade..".
Allora, forse è il caso di ricordare che con la cultura non solo si mangia, ma addirittura la cultura è la "madia" (da leggere con l' accento sulla "a", per distinguere il mobile delle nonne dal ministro della pubblica amministrazione) in cui le nostre nonne conservavano non solo il lievito (ormai celeberrima la frase del nostro Sindaco sulla cultura come lievito della società) ma addirittura la pasta madre, che è anche più nobile del lievito.
Più densa di storia, e in grado di conservare, più a lungo del moderno lievito, il prodotto finito.
Gli istituti culturali pistoiesi, con cui ho stretto relazioni bellissime, che ho scoperto essere rimaste tali, anche al di là dei luoghi -è il caso del Moica e del Museo del Ricamo, nei cui luoghi ho avuto il privilegio di partecipare ad una visita del Sindaco- sono stati negli anni punto di riferimento essenziale per chi si è trovato ad amministrare.
E non sono molti i territori che possono dire di trovare nel sistema cultura un tale punto di riferimento, dato che spesso la cultura è la cenerentola della politica.
Non a Pistoia, dove si investe più del doppio della media nazionale, e dove si è continuato a farlo nonostante i tagli del governo centrale.
Non era scontato.
Veniamo da qui.
Io vengo da qui, la cultura sarà sempre parte di me, e Pistoia ce l' ha nel proprio DNA.
Ma ci sono ancora alcune scommesse da giocare e vincere.
La prima e più difficile:dobbiamo ancora creare IL sistema cultura, superando la frammentazione da cui siamo ancora affetti.
Su questo punto, devo dire che il riconoscimento di Pistoia Capitale ha già prodotto alcuni risultati, ma non basta.
La proposta del Centrosinistra è quella di proseguire nel cammino già iniziato, ed individuare nell' ATP il livello ottimale per la gestione di alcuni settori (spettacolo, musica, etc...).
A questa ne aggiungo una mia personale:individuare uno strumento, anche informatico, che consenta di coordinare la programmazione degli eventi e l' attività degli istituti culturali.
Dialogare significa anche tenere insieme aspetti diversi.
In questo senso, riprendendo il concetto immaginato da Claudio Rosati del "museo diffuso", la rigenerazione del Ceppo offre importanti occasioni, e diventa in un certo senso una porta di accesso immaginaria alla Città della Cultura, con spazi dedicati a Giovanni Michelucci, con il Museo dei ferri chirurgici, e così vicina al Polo dell' Arte Contemporanea, che vede il proprio luogo simbolo in Palazzo Fabroni.
Perché a Pistoia passato, presente e futuro dialogano:ecco perché La luna nel pozzo sta bene esattamente dove si trova ora:davanti al Fregio Robbiano (o cosiddetto Robbiano).
Interessante, parlando di sistema, è la proposta di rafforzare ancora il sistema delle biblioteche, cresciuto negli anni grazie alla sapiente guida della Biblioteca San Giorgio (ricordo che nei Piani Cultura avevamo sempre importanti riconoscimenti grazie al sistema delle biblioteche) stringendo legami con le biblioteche di quartiere.
Altro grande tema è quello del coinvolgimento dei cittadini nel sistema culturale:troppi sono i pistoiesi che ancora non si sentono parte di questa meravigliosa comunità culturale.
Le proposte del Centrosinistra, oltre a continuare ad investire sulle esperienze già fatte (da "I dialoghi sull' uomo" a "Leggere la città", a "Pistoia è la mia casa") sono in questo senso assolutamente in linea con il tema:si propone dunque di proseguire con i bandi rivolti alle associazioni del territorio, con un occhio di riguardo ai giovani artisti, e di far ricorso ai patti di collaborazione -il cui regolamento è stato approvato nel novembre del 2016 dal consiglio comunale- per far diventare patrimonio comune i luoghi della cultura.
Dalla San Giorgio, alla Biblioteca Febroniana, al Pantheon
Infine, cultura è anche consapevolezza delle proprie radici.
La nostra montagna è parte integrante di queste radici.
E la scelta di entrare nell' Ecomuseo ha esattamente questo significato.
Ecco, se dovessi scegliere un risultato che sento mio è stato quello di aver salvato l' Ecomuseo dallo tsunami che ha travolto la Provincia, grazie alla nascita Fondazione, affidata alle amorevoli cure di Manuela Geri.
Penso che sarebbe bello anche pensare di ritrovare in qualche modo l' esperienza del Centro di Documentazione, che tanto aveva lavorato sul Novecento Pistoiese, e rilanciare alcune esperienze come quella della Brigata del Leoncino.
Perché la Scuola Pistoiese, da Giuseppe Gavazzi in poi, è una delle esperienze più belle che ho incontrato.
Chiudo con una nota autobiografica.
Quando mi hanno gentilmente comunicato che la mia esperienza da amministratrice era conclusa, due sono stati i dolori più grandi:perdere Albachiara (che infatti è stata lasciata morire) e perdere gli amici che avevo incontrato sul mio cammino.
Il secondo era un timore infondato:quegli amici sono ancora lì, e mi hanno aiutato tanto.
Perché il cuore, la passione e il lavoro contano più di ogni altra cosa, e come ho già detto non li cancelli per decreto.
venerdì 2 giugno 2017
Appunti sparsi sullo sport
In questi ultimi giorni di campagna elettorale, non ho voluto tirarmi indietro rispetto ad un tema nn semplice, eppure troppo importante per non essere affrontato:lo sport.
Ho parlato e sto parlando con le persone che sono sul campo (o in piscina) ogni giorno, perché volevo vedere con i miei occhi, ed ascoltare direttamente, al di là di quello che si legge sui giornali.
Ho incontrato persone che si occupano di nuoto ed altre di pallavolo.
Intanto premetto che ho trovato persone gradevoli, interessate davvero ai problemi, e determinate, senza tuttavia quell' atteggiamento ostile verso l' Amministrazione, che a volte taluni mezzi di comunicazione hanno inteso far trapelare.
I problemi ci sono, ovviamente.
Ma mi sembra di capire che si possano trovare anche le soluzioni.
Altra premessa:ho scelto di interloquire con gli sport cosiddetti (impropriamente) "minori".
Quelli meno patinati, che non vanno sui quotidiani tutti i giorni, che non hanno filiere di riguardo, ma che non sono meno importanti.
Alcuni di questi, per esempio il nuoto, hanno fatto grande il nome di Pistoia a livello nazionale e internazionale.
Altri, penso alla pallavolo, consentono anche a chi è troppo piccolo per stare in squadra, di maneggiare un bel pallone, stare insieme ai propri coetanei, e imparare a rispettare le regole.
Perché lo sport è anche e soprattutto questo:rispetto delle regole e socialità.
Fatta questa ulteriore premessa, il merito.
Il programma del Centrosinistra, che Samuele Bertinelli ha presentato alla città, contiene alcune affermazioni importanti.
La prima, sul tema degli impianti.
L' obiettivo è quello di dotare ogni sport di impianti nei quali sia possibile far crescere i nostri giovani.
La seconda, più di approccio, riguarda la proposta di stringere un patto per lo sport, tornando a valorizzarne il ruolo di fattore aggregante e socializzante.
Con Massimiliano Lombardi ci siamo a lungo intrattenuti sul primo tema, perché il nuoto ha davvero bisogno di un impianto, che non può più essere la piscina Fedi, di proprietà della Provincia, e ad oggi inagibile.
La sistemazione dei nostri atleti del nuoto alla piscina del Boario (che emozione, tornare lì dove facevo educazione fisica!) non può, secondo quanto mi è stato detto, essere una soluzione a lungo termine, in quanto le tubature e gli impianti interni sono di svariati decenni fa.
Sarà quindi necessario -nel mentre che atleti e dilettanti continuano ad allenarsi, o seguono i corsi al Boario- pensare per il futuro a soluzioni diverse.
Ovviamente, la soluzione del Boario, rispetto alla quale si sono predisposte misure di tamponamento di alcune infrastrutture, è stata comunque in grado di "salvare" il nuoto dall' inattività, in conseguenza dell' inutilizzabilità della Fedi.
Altrettanto, rispetto alla palestra del Boario, che il Volley del Bottegone ha condiviso per un po' di tempo anche con altre realtà scolastiche, o con squadre di adulti. Condividendo gli spogliatoi anche con la piscina -soluzione non ottimale sul piano igienico.
Nei prossimi anni sarà necessario nuovo slancio, e dare centralità al tema degli impianti è un primo segnale.
Il segnale di una nuova consapevolezza del problema.
Che è sempre il primo passo per affrontare i problemi.
E rispetto a questo problema, il progetto del Bottegone, fornirà risposte importanti, con riguardo agli spazi sportivi.
Un tema su tutti, quando si parla di impianti, è quello delle risorse.
Non ci siamo nascosti, in questi nostri incontri, che non sarà facile.
Tuttavia, una prima considerazione credo possa essere questa:aver fatto un' attenta opera di riduzione del disequilibrio di bilancio (con un attivo sulla parte corrente, e una fortissima riduzione del debito assestato) era la precondizione necessaria per poter anche solo pensare di intervenire su nuovi impianti.
Ora la precondizione tecnico -finanziaria inizia ad esserci:la rotta è stata tracciata.
Ed infatti, sul finire del mandato, si è dato un primo segnale importante anche in termini di allocazione delle risorse, investendo su alcuni interventi qualificanti.
Serve un' altra condizione,che è quella che più si confà a chi, come noi, crede che la politica sia un' arte difficile, ma bellissima:serve un nuovo patto.
Un patto con l' associazionismo sportivo -non quello patinato, che grida, che prende posizioni politiche, che fa capolino dalle pagine dei quotidiani, o che frequenta i salotti buoni.
No, serve un patto con chi lavora, duramente, ogni giorno.
Lontano dalle cronache locali, ma molto più vicino alla quotidianità.
Serve una rappresentanza forte, che ragioni con autorevolezza, e come dice spesso Samuele, non dica solo sì, ma dica sì che sono sì, e no che sono no, evangelicamente.
E che, quando dice no, lo argomenti.
Perché davanti ha persone in grado di comprendere, e disponibili a metterci del proprio, in termini di tempo, di impegno e di risorse.
Serve, poi, creata questa rete, un lavoro di lunga lena, per reperire le risorse.
Come è stato fatto per l' area del Ceppo, come è staro fatto per la rigenerazione urbana del Bottegone.
Significa che le carte in regola, l' Amministrazione può averle.
Quindi, niente di nuovo deve essere inventato.
E quando il Sindaco, pubblicamente, dice che cambierà ciò che deve essere cambiato, possiamo dargli fiducia.
Chi conosce Samuele, sa che non sempre dice ciò che si vorrebbe sentire, ma quando dice qualcosa, ci crede davvero.
Sì, ci sono alcune cose da cambiare.
E lo sport è fra queste.
Lo sport vero, che è anche quello senza gli sponsor di rilievo, senza giornalisti a seguito, e con poca voce.
Io ho cercato questo sport, ed anche a questo il programma del Centrosinistra guarda con attenzione, e con occhi nuovi.
Ho parlato e sto parlando con le persone che sono sul campo (o in piscina) ogni giorno, perché volevo vedere con i miei occhi, ed ascoltare direttamente, al di là di quello che si legge sui giornali.
Ho incontrato persone che si occupano di nuoto ed altre di pallavolo.
Intanto premetto che ho trovato persone gradevoli, interessate davvero ai problemi, e determinate, senza tuttavia quell' atteggiamento ostile verso l' Amministrazione, che a volte taluni mezzi di comunicazione hanno inteso far trapelare.
I problemi ci sono, ovviamente.
Ma mi sembra di capire che si possano trovare anche le soluzioni.
Altra premessa:ho scelto di interloquire con gli sport cosiddetti (impropriamente) "minori".
Quelli meno patinati, che non vanno sui quotidiani tutti i giorni, che non hanno filiere di riguardo, ma che non sono meno importanti.
Alcuni di questi, per esempio il nuoto, hanno fatto grande il nome di Pistoia a livello nazionale e internazionale.
Altri, penso alla pallavolo, consentono anche a chi è troppo piccolo per stare in squadra, di maneggiare un bel pallone, stare insieme ai propri coetanei, e imparare a rispettare le regole.
Perché lo sport è anche e soprattutto questo:rispetto delle regole e socialità.
Fatta questa ulteriore premessa, il merito.
Il programma del Centrosinistra, che Samuele Bertinelli ha presentato alla città, contiene alcune affermazioni importanti.
La prima, sul tema degli impianti.
L' obiettivo è quello di dotare ogni sport di impianti nei quali sia possibile far crescere i nostri giovani.
La seconda, più di approccio, riguarda la proposta di stringere un patto per lo sport, tornando a valorizzarne il ruolo di fattore aggregante e socializzante.
Con Massimiliano Lombardi ci siamo a lungo intrattenuti sul primo tema, perché il nuoto ha davvero bisogno di un impianto, che non può più essere la piscina Fedi, di proprietà della Provincia, e ad oggi inagibile.
La sistemazione dei nostri atleti del nuoto alla piscina del Boario (che emozione, tornare lì dove facevo educazione fisica!) non può, secondo quanto mi è stato detto, essere una soluzione a lungo termine, in quanto le tubature e gli impianti interni sono di svariati decenni fa.
Sarà quindi necessario -nel mentre che atleti e dilettanti continuano ad allenarsi, o seguono i corsi al Boario- pensare per il futuro a soluzioni diverse.
Ovviamente, la soluzione del Boario, rispetto alla quale si sono predisposte misure di tamponamento di alcune infrastrutture, è stata comunque in grado di "salvare" il nuoto dall' inattività, in conseguenza dell' inutilizzabilità della Fedi.
Altrettanto, rispetto alla palestra del Boario, che il Volley del Bottegone ha condiviso per un po' di tempo anche con altre realtà scolastiche, o con squadre di adulti. Condividendo gli spogliatoi anche con la piscina -soluzione non ottimale sul piano igienico.
Nei prossimi anni sarà necessario nuovo slancio, e dare centralità al tema degli impianti è un primo segnale.
Il segnale di una nuova consapevolezza del problema.
Che è sempre il primo passo per affrontare i problemi.
E rispetto a questo problema, il progetto del Bottegone, fornirà risposte importanti, con riguardo agli spazi sportivi.
Un tema su tutti, quando si parla di impianti, è quello delle risorse.
Non ci siamo nascosti, in questi nostri incontri, che non sarà facile.
Tuttavia, una prima considerazione credo possa essere questa:aver fatto un' attenta opera di riduzione del disequilibrio di bilancio (con un attivo sulla parte corrente, e una fortissima riduzione del debito assestato) era la precondizione necessaria per poter anche solo pensare di intervenire su nuovi impianti.
Ora la precondizione tecnico -finanziaria inizia ad esserci:la rotta è stata tracciata.
Ed infatti, sul finire del mandato, si è dato un primo segnale importante anche in termini di allocazione delle risorse, investendo su alcuni interventi qualificanti.
Serve un' altra condizione,che è quella che più si confà a chi, come noi, crede che la politica sia un' arte difficile, ma bellissima:serve un nuovo patto.
Un patto con l' associazionismo sportivo -non quello patinato, che grida, che prende posizioni politiche, che fa capolino dalle pagine dei quotidiani, o che frequenta i salotti buoni.
No, serve un patto con chi lavora, duramente, ogni giorno.
Lontano dalle cronache locali, ma molto più vicino alla quotidianità.
Serve una rappresentanza forte, che ragioni con autorevolezza, e come dice spesso Samuele, non dica solo sì, ma dica sì che sono sì, e no che sono no, evangelicamente.
E che, quando dice no, lo argomenti.
Perché davanti ha persone in grado di comprendere, e disponibili a metterci del proprio, in termini di tempo, di impegno e di risorse.
Serve, poi, creata questa rete, un lavoro di lunga lena, per reperire le risorse.
Come è stato fatto per l' area del Ceppo, come è staro fatto per la rigenerazione urbana del Bottegone.
Significa che le carte in regola, l' Amministrazione può averle.
Quindi, niente di nuovo deve essere inventato.
E quando il Sindaco, pubblicamente, dice che cambierà ciò che deve essere cambiato, possiamo dargli fiducia.
Chi conosce Samuele, sa che non sempre dice ciò che si vorrebbe sentire, ma quando dice qualcosa, ci crede davvero.
Sì, ci sono alcune cose da cambiare.
E lo sport è fra queste.
Lo sport vero, che è anche quello senza gli sponsor di rilievo, senza giornalisti a seguito, e con poca voce.
Io ho cercato questo sport, ed anche a questo il programma del Centrosinistra guarda con attenzione, e con occhi nuovi.
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